I costi di petrolio e gas aumentano a causa del conflitto in Iran: analisi delle ripercussioni su bollette e carburante.
L’operazione congiunta di USA e Israele contro l’Iran del 28 febbraio riporta alla ribalta, come già accaduto lo scorso giugno, la questione dello Stretto di Hormuz: 33 chilometri di acque attraverso cui transita circa un quinto delle spedizioni giornaliere globali di petrolio, oltre a una significativa porzione di gas naturale liquefatto, in particolare quello proveniente dal Qatar.
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Secondo i dati di Marine Traffic riportati da Al Jazeera, almeno 150 petroliere, incluse quelle che trasportano petrolio e GNL, hanno ancorato nelle acque aperte del Golfo. Anche il gigante danese Maersk, la principale compagnia di trasporto container a livello mondiale, ha comunicato la sospensione del passaggio attraverso lo Stretto per motivi di sicurezza, come indicato nel comunicato ufficiale della società. Anche MSC ha preso misure simili, ordinando a tutte le sue navi nel Golfo di dirigersi verso aree sicure e interrompendo le prenotazioni cargo verso il medio oriente, come riportato da France24.
Petrolio: il rimbalzo più significativo dall’inizio dell’anno
Oggi, il Brent con consegna ad aprile ha registrato un incremento del 14% all’inizio delle contrattazioni, raggiungendo 82,37 dollari al barile, il valore più elevato da gennaio 2025. Anche il WTI ha mostrato guadagni a doppia cifra. Successivamente, i prezzi hanno parzialmente ridotto i guadagni iniziali, stabilizzandosi attorno a un +9% rispetto ai valori di venerdì. Nel frattempo, l’OPEC+ ha annunciato un aumento della produzione di 206mila barili al giorno, una decisione che in condizioni normali avrebbe contenuto le quotazioni, ma che in questa circostanza potrebbe rivelarsi inadeguata, come confermato da Bloomberg e CNBC.
Le previsioni degli esperti variano a seconda delle situazioni. Rystad Energy prevede un incremento del prezzo del greggio tra 5 e 20 dollari al barile in caso di conflitto prolungato — questa previsione è citata da Gulf Today e Fortune. In uno scenario estremo, con la chiusura prolungata dello Stretto, gli analisti di Tortoise Capital – una società d’investimento specializzata nel settore energetico – come riportato da usatoday, ipotizzano un barile oltre i 100 dollari, con possibilità di arrivare fino a 130. Anche Wood Mackenzie – azienda di consulenza energetica – come riportato dal The Guardian, condivide lo stesso livello di preoccupazione: secondo la società, il Brent potrebbe effettivamente raggiungere i 100 dollari se i flussi nello Stretto non verranno ripristinati rapidamente.
Per quanto riguarda il gas, la situazione è altrettanto critica: le quotazioni dell’indice TTF mostrano un incremento del 25% a 39,85 euro al megawattora, raggiungendo i massimi da febbraio 2025. Questo dato è riportato nel comunicato ufficiale del Codacons su Agenparl.
Aumenta il costo della benzina
I rincari non sono più solo una previsione. Il prezzo medio nazionale della benzina in modalità self è passato da 1,672 euro al litro del 27 febbraio a 1,681 euro al litro del 2 marzo, mentre il gasolio è aumentato nello stesso intervallo da 1,723 a 1,736 euro al litro, secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy elaborati dal Codacons. Tuttavia, l’associazione avverte che si tratta solo di un primo segnale: i prezzi alla pompa non hanno ancora completamente assorbito l’impennata delle quotazioni. In uno scenario estremo, la benzina verde in italia potrebbe subire aumenti fino a 30-40 centesimi al litro.
Bollette, spesa, mutui: il contagio dei prezzi
Il punto cruciale è che il petrolio non è l’unico canale di trasmissione. Sebbene le riserve europee siano a livelli di sicurezza, il prezzo del gas all’ingrosso e il PUN dell’elettricità stanno già risentendo dell’instabilità nel trasporto del GNL, con le navi metaniere che normalmente attraversano Hormuz ferme al momento. Se la situazione dovesse protrarsi, un nuovo aumento delle bollette nel 2026 potrebbe vanificare i segnali di rientro dell’inflazione energetica osservati nei mesi scorsi.
Inoltre, c’è la logistica. La distribuzione rappresenta una voce di costo fondamentale per il prezzo finale di ogni prodotto di largo consumo, e ogni variazione nel costo del diesel e dei noli marittimi si traduce in un aumento dei prezzi al dettaglio. In Italia, dove la quasi totalità delle merci viene trasportata su gomma, un incremento dei costi del carburante si rifletterebbe a cascata sui prodotti sugli scaffali, alimentando una nuova fiammata dell’inflazione proprio nel momento in cui i consumi sembravano mostrare timidi segnali di ripresa.
È importante ricordare che le famiglie italiane si trovano ad affrontare questa crisi già in una situazione di vulnerabilità. Nel 2025, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche hanno registrato un incremento medio del +2,9%, con gli alimentari non lavorati aumentati del +3,4%, comportando un aggravio alimentare di 4,8 miliardi di euro complessivi per le famiglie italiane, secondo Assoutenti.
Infine, c’è la variabile tassi. Se l’inflazione dovesse riprendere a crescere a causa dei costi energetici, la BCE potrebbe decidere di congelare il piano di riduzione del costo del denaro. Per chi ha un mutuo a tasso variabile, questo significherebbe vedere l’Euribor mantenersi su livelli elevati o addirittura aumentare ulteriormente, bloccando la tanto attesa discesa delle rate.
Nei prossimi giorni, seguiremo gli sviluppi della situazione e gli aggiornamenti in merito.