Il ritiro di eni dal progetto di esplorazione del gas nel Blocco G, situato al largo della Striscia di Gaza, rappresenta un cambiamento significativo in una delle aree più sensibili della geopolitica energetica. Questa decisione giunge dopo mesi di incertezze riguardanti la sicurezza, contestazioni sul diritto internazionale e pressioni politiche e civili. Il consorzio, composto dalla israeliana Ratio Energies e dalla coreana Dana Petroleum, prosegue senza la partecipazione del gruppo italiano, ma il contesto rimane fragile e altamente controverso. La notizia è stata riportata dal quotidiano economico israeliano Globes il 22 marzo scorso.
Un progetto avviato nel momento più critico
Il consorzio aveva ricevuto le licenze nell’ottobre 2023, in un periodo di intensa escalation del conflitto tra Israele e Hamas. Un inizio già contrassegnato da problematiche, amplificate dalla posizione del giacimento: una parte significativa dell’area ricade infatti nella zona economica esclusiva rivendicata dallo Stato di Palestina. La controversia non è nuova, ma in questo caso assume un’importanza concreta. Israele non riconosce tale delimitazione e procede autonomamente nell’assegnazione delle licenze. Le organizzazioni palestinesi e vari osservatori internazionali contestano però la legittimità di queste operazioni, richiamando il diritto all’autodeterminazione sulle risorse naturali.
Pressioni e progressivo abbandono
Durante il 2024 e il 2025 il progetto ha subito un progressivo rallentamento. Le preoccupazioni per la sicurezza, legate alla continuazione del conflitto, si sono sommate a una crescente pressione pubblica. In italia la questione è giunta in Parlamento, mentre organizzazioni per i diritti umani hanno inviato diffide formali alle aziende coinvolte. Eni aveva già lasciato intendere un disimpegno entro la fine del 2025. Ora la decisione è ufficiale: l’uscita dal consorzio è giustificata da necessità di razionalizzazione del portafoglio upstream (cioè, Eni sta rivedendo dove investire e dove no nelle attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas), ma avviene in un contesto in cui i fattori geopolitici e reputazionali sono difficili da separare.
Il progetto prosegue senza Eni
Il ritiro non blocca l’iniziativa. Dana Petroleum assume il ruolo di operatore tecnico, mentre Ratio Energies rimane partner del progetto. L’obiettivo è ottenere le autorizzazioni entro il 2026 e avviare l’esplorazione. Tuttavia, persiste l’incertezza su vari aspetti: dalla ripartizione delle quote ai possibili contenziosi economici legati all’uscita di Eni. Sullo sfondo, continuano a gravare le tensioni regionali e la vulnerabilità dell’area.
Energia, rischio e reputazione
Il Mediterraneo orientale è diventato un punto strategico per le forniture di gas, soprattutto dopo la diminuzione della dipendenza europea dalla russia. I giacimenti della regione rappresentano una leva energetica fondamentale, ma anche un terreno caratterizzato da alta instabilità. Il caso del Blocco G mette in evidenza un aspetto sempre più centrale: le decisioni delle grandi aziende energetiche non sono guidate solo da logiche economiche. Sicurezza, diritto internazionale e reputazione influenzano sempre di più le scelte operative.
Un precedente destinato a influenzare
L’uscita di Eni non chiude la questione, ma segna un precedente importante. Operare in aree contese comporta costi che vanno oltre l’investimento industriale: includono rischi legali, esposizione mediatica e impatti politici. Il Blocco G rimane un progetto aperto, ma anche un caso emblematico. In gioco c’è il gas, ma anche il modo in cui l’industria energetica si muove in scenari sempre più complessi, dove le risorse naturali si intrecciano con conflitti e diritti ancora irrisolti.
fonte: Globes