Ci sono momenti, durante le giornate particolarmente soleggiate, in cui l’europa genera più energia elettrica rinnovabile di quanto riesca effettivamente a utilizzare. I raggi del sole colpiscono i pannelli, il vento soffia nella direzione giusta, e gli impianti svolgono il loro compito. Tuttavia, si presenta la parte meno affascinante della transizione energetica: cavi, cabine, trasformatori, sistemi di accumulo e consumi che rimangono ancorati alle abitudini consolidate. È in questo contesto che una buona notizia inizia a creare attrito.
Le energie rinnovabili in Europa sono aumentate così rapidamente da alterare l’equilibrio del sistema elettrico. Nel 2025, l’eolico e il solare hanno prodotto insieme il 30% dell’elettricità dell’Unione europea, superando per la prima volta le fonti fossili, ferme al 29%; le rinnovabili nel loro insieme hanno coperto quasi la metà della produzione elettrica europea. Si tratta di un cambiamento significativo, quello che per anni è stato descritto come una soglia futura e che ora è evidente nei dati, nei mercati e persino nelle ore in cui il prezzo dell’elettricità scende sotto zero.
Il sole arriva tutto insieme
Il problema ha un nome tecnico, overgeneration, e una traduzione molto semplice: eccesso di produzione nello stesso momento, rispetto alla domanda disponibile e alla capacità della rete di distribuire quell’energia dove è necessaria. Questo fenomeno si verifica soprattutto nelle ore centrali della giornata, quando il fotovoltaico raggiunge il massimo e i consumi non sempre seguono. L’elettricità, a differenza di un sacco di patate, deve essere gestita nel momento in cui viene prodotta. Se la domanda è insufficiente, se la rete è congestionata, se gli accumuli sono pieni o inadeguati, una parte della produzione viene ridotta.
Questa riduzione è nota come curtailment. Suona elegante, quasi innocuo. In sostanza, significa chiedere a un impianto rinnovabile di produrre meno di quanto sarebbe in grado, per evitare squilibri. A volte è una misura necessaria, persino salutare, poiché la stabilità della rete è prioritaria. Tuttavia, quando diventa una pratica comune, inizia a raccontare un’altra storia: una transizione energetica che ha accelerato molto sulla produzione e molto meno su tutto ciò che è necessario per assorbirla.
Il paradosso dei prezzi negativi nasce qui. In alcune ore, i produttori arrivano a pagare pur di immettere elettricità nel mercato. Da fuori, sembra una festa, energia quasi gratuita, il sogno di chi apre la bolletta con lo stesso entusiasmo con cui si apre una cartella clinica. All’interno del sistema, però, è un segnale di stress. Secondo un’analisi di Reuters, la capacità solare europea è aumentata di oltre il 115% dal 2020 e l’ondata di produzione nelle ore più soleggiate sta già modificando il funzionamento dei mercati elettrici, con prezzi che in diversi momenti scendono sotto zero.
Questa energia pulita prodotta “nelle ore sbagliate” non rende le rinnovabili un errore. Racconta piuttosto una parte che è rimasta indietro. Abbiamo installato pannelli e turbine eoliche, spesso con una velocità inimmaginabile fino a pochi anni fa. Abbiamo fatto molto meno per adattare reti progettate in un’altra epoca, concepite per grandi centrali più prevedibili, meno distribuite e meno influenzate dal meteo e dalla luce.
La rete è rimasta più vecchia
La Commissione europea lo afferma da tempo con numeri piuttosto incisivi: i consumi elettrici dell’Ue potrebbero aumentare di circa il 60% entro il 2030, il 40% delle reti di distribuzione ha più di quarant’anni e per portare il sistema al livello degli obiettivi saranno necessari investimenti per circa 584 miliardi di euro. Si tratta di cifre da infrastruttura pesante, non da slogan ecologici affissi sopra una conferenza stampa.
Il Centro comune di ricerca della Commissione europea ha stimato che, senza interventi rapidi e meglio coordinati, entro il 2040 fino a 310 TWh di elettricità rinnovabile potrebbero essere ridotti a causa della congestione della rete. Per avere un’idea, parliamo di una quantità pari a metà della produzione elettrica da eolico e solare dell’Ue nel 2022. Nello stesso scenario, i costi legati alla gestione delle congestioni potrebbero aumentare notevolmente, fino a livelli pesanti per operatori e consumatori.
Le soluzioni esistono, ma richiedono tempo, autorizzazioni, cantieri e risorse finanziarie. Servono più batterie, certamente. Sono necessari sistemi di accumulo di diversa durata, da quelli in grado di intervenire in millisecondi a quelli che possono coprire intervalli più lunghi. È necessaria una rete più digitale, capace di monitorare in tempo reale dove l’energia viene prodotta e dove può essere indirizzata. È necessaria anche una domanda più intelligente: pompe di calore, veicoli elettrici, industrie, comunità energetiche, elettrodomestici e sistemi domestici in grado di consumare quando l’energia è meno costosa e più abbondante.
L’Europa sta avanzando anche sugli accumuli, ma la distanza rimane significativa. Nel 2025 l’Ue ha installato 27,1 GWh di nuovi sistemi di accumulo a batteria; la flotta europea ha superato i 77 GWh, ma per raggiungere gli obiettivi al 2030 dovrebbe avvicinarsi a 750 GWh in cinque anni. Si tratta di una crescita enorme, quasi una nuova transizione all’interno della transizione.
L’Italia ci è dentro
Anche l’italia sta vivendo questa doppia realtà. Da un lato, il solare continua a espandersi: nel 2025 la produzione fotovoltaica italiana ha raggiunto il record di 44,3 TWh, con un incremento del 25% rispetto al 2024. Le rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica nazionale, mentre i consumi complessivi sono rimasti praticamente invariati a 311,3 TWh. Nello stesso anno, la capacità di accumulo è aumentata di 1,7 GW, arrivando a quasi 18 GW.
Dall’altro lato, proprio questa crescita evidenzia i limiti del sistema. In Italia si producono sempre più chilowattora puliti, ma il Paese deve ancora rendere più rapidi gli allacci, più robuste le dorsali elettriche e più flessibili i consumi. Il rischio è avere impianti pronti, domande di connessione in attesa, territori in discussione, autorizzazioni lente e una rete costretta a fare da imbuto. Una scena molto italiana, se vogliamo: tutti hanno fretta, poi ci si ritrova davanti allo sportello chiuso.
La questione non riguarda solo i grandi impianti. Riguarda anche i pannelli fotovoltaici sui balconi, i tetti delle abitazioni, i condomìni, le comunità energetiche, le batterie domestiche, le pompe di calore e le auto elettriche parcheggiate per ore e potenzialmente utilizzabili come elementi mobili del sistema. A questo punto, la transizione si gioca meno nella frase “più rinnovabili” e molto di più nella domanda successiva: dove le mettiamo, quando producono, chi le consuma, chi le accumula, chi paga la rete che le tiene unite.
L’overgeneration non è la prova che abbiamo installato troppo solare. È la prova che abbiamo installato troppo poco del resto. Troppi pochi sistemi di accumulo, troppe poche linee adeguate, troppa poca flessibilità nella domanda, troppa poca pianificazione territoriale. I pannelli producono quando il sole splende, non quando il mercato si sente emotivamente pronto. L’energia pulita è presente. Sempre di più. Il compito ora è smettere di trattarla come un ospite inatteso.