In Trentino avvia le operazioni il primo data center europeo situato in una miniera operativa (a 100 metri di profondità): non utilizzerà acqua.

A cento metri sotto la Val di Non, l’intelligenza artificiale opera in un fresco. Proprio fresco: all’interno di una miniera di dolomia ancora in attività, nel comune di Predaia, dove la temperatura naturale si mantiene attorno ai 12°C e la roccia funge da involucro, da barriera, da enorme frigorifero geologico. Qui è stato realizzato Intacture, il primo data center europeo situato in una miniera operativa, concepito per accogliere server, dati e supercalcolo sfruttando una condizione che la montagna offriva già prima dell’arrivo di cavi e rack.

L’idea è chiara, quasi brutale nella sua evidenza: i server generano calore, l’AI richiede sempre maggiore potenza di calcolo, i data center consumano energia anche per raffreddare le macchine. Se il luogo contribuisce a mantenere bassa la temperatura, una parte dello spreco può essere ridotta. Intacture nasce da questa intuizione, con sale protette da circa 100 metri di roccia, raffreddamento naturale, alimentazione garantita da fonti rinnovabili e un sistema che mira a eliminare il consumo d’acqua per il raffrescamento. Il progetto trentino parla quindi il linguaggio della sostenibilità, a patto che venga pronunciato senza eccessi e senza l’illusione che basti scendere sotto una montagna per rendere leggera l’intera industria digitale.

Il freddo naturale aiuta, il consumo elettrico resta

La parte più affascinante di Intacture riguarda il raffreddamento. L’ambiente sotterraneo consente di sfruttare il free-cooling, ovvero il freddo naturale della roccia, riducendo l’uso di impianti tradizionali che in molti data center assorbono una parte significativa dell’energia totale. Il PUE, l’indice che misura l’efficienza energetica di un data center, dovrebbe rimanere sotto 1,25: più questo valore si avvicina a 1, maggiore è l’energia utilizzata per far funzionare i server e minore è quella dispersa in sistemi accessori. Per un’infrastruttura di calcolo, è un dato rilevante.

Esiste poi il tema dell’acqua. Molti data center utilizzano sistemi di raffreddamento che possono gravare sulle risorse idriche, specialmente in aree già soggette a siccità o stress climatico. Intacture adotta un sistema a circuito chiuso, con un consumo d’acqua per il raffrescamento praticamente azzerato. È uno degli aspetti più solidi del progetto: in un Paese dove la crisi idrica è ormai una questione ricorrente, costruire infrastrutture digitali che non richiedano acqua per mantenere attivi i server ha un valore concreto.

Tuttavia, la criticità rimane tutta lì accanto. Migliorare il raffreddamento di un data center allevia una parte del fabbisogno, ma il consumo elettrico complessivo persiste. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la domanda globale di elettricità dei data center potrebbe raggiungere circa 945 TWh entro il 2030, quasi il doppio rispetto ai livelli attuali, con una crescita alimentata anche dall’intelligenza artificiale. Nel 2024, i data center hanno già assorbito circa 415 TWh, corrispondenti a circa l’1,5% dei consumi elettrici mondiali. Il raffreddamento è importante, certo. Ma la richiesta di calcolo è ancora più significativa.

Questo rende Intacture un esperimento utile, non una soluzione miracolosa. Il freddo della montagna attenua una parte del problema, l’alimentazione rinnovabile è un vantaggio, l’assenza di consumo idrico diretto per il raffreddamento è un aspetto positivo. Tuttavia, il nodo energetico dell’AI rimane aperto: più modelli, più inferenza, più servizi digitali, maggiore richiesta di calcolo. Anche il data center più efficiente si colloca all’interno di questa curva.

Una miniera, un supercomputer e una valle che cambia funzione

Le gallerie della Val di Non avevano già una storia prima dell’arrivo dei server. Nelle cavità scavate per estrarre dolomia sono state conservate mele, stagionate forme di formaggio, affinate bottiglie di spumante. La logica era la medesima: temperatura stabile, protezione, spazio. Ora quello stesso ambiente accoglie infrastrutture digitali, con cavi, tubazioni, sale tecniche e un supercomputer collegato all’Università di .

A regime, il sistema potrà raggiungere una potenza fino a 6 megawatt e una capacità di calcolo stimata fino a 200 petaflops per applicazioni di intelligenza artificiale. Tradotto in termini più comprensibili: una quantità enorme di operazioni al secondo, utile per ricerca scientifica, analisi dati, servizi cloud, cybersecurity, industria, sanità digitale e modelli AI. La struttura mira anche a fornire servizi alle imprese e a trasformare la Val di Non in un piccolo polo tecnologico, con una combinazione di ricerca pubblica, investimenti privati e fondi europei.

Il progetto è stato realizzato attraverso Trentino DataMine, società nata da un partenariato pubblico-privato: il 49% è in mano all’Università di Trento, il restante 51% a imprese trentine selezionate tramite gara pubblica. L’investimento complessivo supera i 50 milioni di euro, con 18,4 milioni di finanziamento PNRR nell’ambito della Missione 4, dedicata a istruzione e ricerca. Nella prima fase sono stati estratti e riutilizzati 63mila metri cubi di roccia, posati 54,4 chilometri di cavi e oltre 3 chilometri di tubazioni. Numeri da cantiere pesante, altro che nuvoletta immateriale.

Qui emerge un’altra criticità, più territoriale che tecnica. Un data center non è mai solo una stanza piena di server. Porta con sé linee elettriche, connessioni, manutenzione, sicurezza, accessi, materiali, personale specializzato. Nel caso di Intacture, il riutilizzo di un vuoto minerario evita nuovo consumo di suolo in superficie e sfrutta una struttura già esistente, elemento decisamente positivo. Rimane comunque un’infrastruttura industriale ad alta intensità tecnologica, inserita in un territorio alpino fragile, dove ogni nuova funzione economica deve essere valutata anche in relazione al paesaggio, alle risorse, alla mobilità e alle comunità locali.

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Un progetto davvero sostenibile?

La montagna offre protezione. Oltre 90 milioni di metri cubi di roccia fungono da barriera contro rischi fisici, sismici ed elettromagnetici; l’infrastruttura ha ottenuto certificazioni internazionali di alto livello per affidabilità e continuità operativa. Per questo il progetto viene descritto anche con il termine sovranità dei dati, tema ormai centrale in : conservare informazioni e capacità di calcolo all’interno di un perimetro nazionale ed europeo, con maggiore controllo su infrastrutture sensibili. La questione è concreta, specialmente in un dove dati, cloud e AI sono diventati strumenti economici e geopolitici. Anche in questo caso, però, la parola deve essere maneggiata con attenzione: la sovranità digitale richiede infrastrutture, regole, trasparenza, competenze e controllo pubblico effettivo. Una miniera piena di server è un tassello, non l’intero mosaico.

L’ europea ha iniziato a richiedere maggiore trasparenza sulle prestazioni energetiche e sull’impronta idrica dei data center, con obblighi di monitoraggio e rendicontazione. Il motivo è molto concreto: queste infrastrutture sono diventate troppo grandi per rimanere invisibili. Consumano energia, possono utilizzare acqua, producono calore, dipendono da filiere globali di chip e componenti, necessitano di continuità elettrica e influenzano le reti locali.

Per questo motivo, Intacture deve essere raccontato in modo accurato. Non come un “miracolo”, termine che di solito serve a coprire più che a spiegare. È un progetto interessante perché parte da una domanda concreta: dove possiamo collocare infrastrutture energivore riducendo almeno alcune pressioni ambientali? La risposta trentina presenta diversi elementi solidi: freddo naturale, assenza di consumo d’acqua per il raffrescamento, utilizzo di rinnovabili, riutilizzo di spazi sotterranei, protezione fisica, legame con ricerca e imprese locali.

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Accanto a questi aspetti rimangono le domande che ogni data center dell’era AI dovrebbe porsi: quanta energia utilizzerà realmente a pieno regime, quanta nuova potenza rinnovabile sarà necessaria, quale sarà l’impatto sulla rete, quanto dureranno le macchine installate, come verranno gestiti aggiornamenti e componenti elettronici, quali dati ambientali saranno resi pubblici nel tempo. La sostenibilità di Intacture non si gioca all’inaugurazione, tra dichiarazioni e visite guidate. Si misurerà nel corso degli anni, bollette alla mano, consumi alla mano, manutenzione alla mano.

La cosa migliore di questa miniera, forse, è proprio il suo promemoria fisico. Anche il digitale ha una dimensione concreta. Si trova all’interno di stanze fredde, consuma elettricità, richiede materiali, produce calore. Se riusciamo a considerarlo in questo modo, senza abbellimenti e senza timori, forse iniziamo anche a costruirlo in modo migliore.

: Provincia autonoma di Trento

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