
Centosessanta dollari per un set di tre cerotti realizzati in pelle d’agnello. Non si tratta di cerotti medicali per coprire ferite o tagli, ma di “bende decorative” – così le definisce Hermès – pensate per tenere in ordine post-it, coprire webcam o riparare montature di occhiali, come riportato sul sito.
Questo set di bende riposizionabili è progettato per adattarsi a vari oggetti di uso quotidiano. Estremamente decorative, ogni benda è ideale per riparare e prolungare la vita di un oggetto – in perfetta sintonia con lo spirito Petit h. Scelta per la sua delicatezza e morbidezza, la pelle di agnello segue i canoni di un tradizionale cerotto: la pelle presenta fori alle estremità e due linguette proteggono l’adesivo prima dell’uso. Un invito a riparare occhiali, a nascondere un piccolo difetto, a esporre le foto preferite o messaggi affettuosi, o a chiudere un sacchetto con un tocco di audacia.
L’ultima proposta della maison francese non è semplicemente un prodotto: rappresenta un manifesto filosofico riguardo alla natura del desiderio nell’epoca dell’abbondanza.
La narrazione ufficiale si concentra su economia circolare, valorizzazione degli scarti di lavorazione e perfezione artigianale applicata anche ai materiali residuali. Un racconto affascinante che cela una verità più inquietante: siamo giunti al punto in cui il lusso non necessita più di una funzione, nemmeno simbolica. Il cerotto Hermès non migliora la vita di chi lo possiede, non comunica status in modo evidente, non offre alcuna utilità che un semplice nastro adesivo non possa garantire. Eppure esiste, e probabilmente troverà acquirenti.
Questo è il fulcro della questione: il superfluo si è liberato dalla necessità di apparire utile. Generazioni di oggetti di lusso si sono giustificate attraverso qualità superiori, durabilità e maestria artigianale. Una borsa può costare migliaia di euro, ma dura una vita e mantiene il suo valore. Qui invece assistiamo alla dissoluzione di ogni giustificazione razionale: si acquista l’inutile perché è inutile, si desidera l’assurdo perché è assurdo.
Il meccanismo psicologico è sottile ma potente. In un mercato saturo dove tutti possono accedere a versioni democratizzate del lusso – la borsa ispirata, il profumo simile, l’estetica replicabile – il vero privilegio diventa la possibilità di permettersi ciò che non ha alcuna logica economica. È l’ostentazione della libertà dal bisogno portata all’estremo: posso spendere per qualcosa di superfluo perché il mio rapporto con il denaro trascende la funzionalità.
Hermès, da sempre abile nel gestire i codici del desiderio, ha compreso che il mercato contemporaneo non cerca più oggetti ma storie di appartenenza. Il cerotto in pelle d’agnello non si rivolge a chi cerca un cerotto, ma a chi desidera far parte di una comunità che considera sensato pagare quella somma per quel gesto. È pura semiotica del privilegio: il prodotto comunica solo a chi condivide già il codice interpretativo.
Dal punto di vista etico, rimane la domanda che molti preferiscono evitare: in un’epoca di crisi climatica e crescenti disuguaglianze, celebrare l’inutile come forma d’arte non è forse un’oscenità morale? O dobbiamo accettare che il superfluo, liberato da ogni giustificazione, sia diventato l’unica frontiera rimasta al desiderio in una società dove tutto il necessario è già accessibile – almeno per chi può permettersi di ragionare in questi termini?
Il cerotto Hermès non è un prodotto: è uno specchio. E ciò che riflette non è sempre gradevole da osservare.
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