Stop alla distruzione di abiti invenduti: l’Unione Europea attua misure contro la fast-fashion. Quali sono le novità?

Dal 2026 è attivo il divieto per le grandi aziende di eliminare i prodotti tessili e le calzature non venduti, una delle prime misure concrete previste dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti (Ecodesign for Sustainable Products Regulation – ESPR).

L’intento è quello di porre fine a uno degli sprechi più irrazionali dell’industria della moda: distruggere articoli nuovi mai utilizzati, promuovendo invece il riutilizzo e una gestione più circolare delle scorte.

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Ogni anno, infatti, in , milioni di capi d’abbigliamento nuovi vengono eliminati senza essere mai stati indossati. Abiti, scarpe e accessori perfettamente utilizzabili vengono gettati, mentre, per la loro produzione, sono state già impiegate enormi quantità di acqua, energia, materie prime e lavoro. Un paradosso che alimenta gli sprechi della fast fashion e che ha ripercussioni anche sul clima.

Lo spreco nascosto della moda

Secondo le stime della Commissione europea, ogni anno tra il 4 e il 9% dei prodotti tessili invenduti viene distrutto prima di arrivare ai consumatori. Questa pratica genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ all’anno, oltre a un enorme spreco di risorse naturali.

Dietro ogni maglietta, ogni paio di scarpe o ogni giacca eliminati ci sono migliaia di litri d’acqua utilizzati per la produzione, energia consumata nella lavorazione, trasporti, materie prime e lavoro umano. Eliminare questi prodotti significa annullare tutto questo valore e aggravare l’impatto ambientale di un settore già tra i più inquinanti al .

Negli ultimi anni, il fenomeno è aumentato anche a causa della sovrapproduzione e dell’esplosione dell’e-commerce, che ha incrementato il numero dei resi.

Cosa cambia

Con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni attuative dell’ESPR, le grandi imprese che operano nel europeo non potranno più distruggere liberamente abbigliamento, accessori e calzature invenduti.

Per le medie imprese, il divieto entrerà in vigore dal 19 luglio 2030, concedendo alcuni anni per adattare i propri modelli organizzativi.

La distruzione sarà consentita solo in casi eccezionali, chiaramente definiti dalla normativa, come:

  • prodotti danneggiati o difettosi
  • motivi di sicurezza o salute
  • altre circostanze specifiche previste dagli atti di esecuzione della Commissione europea

In tutti gli altri casi, le aziende dovranno adottare soluzioni alternative che mantengano i prodotti in circolazione il più a lungo possibile.

Più trasparenza sugli invenduti

Le nuove regole introducono anche un obbligo di rendicontazione: le grandi aziende dovranno comunicare quanti prodotti invenduti vengono eliminati, specificandone quantità e destinazione secondo un formato standardizzato predisposto dalla Commissione europea.

Questo sistema di trasparenza entrerà pienamente in vigore nel febbraio 2027, mentre anche questo obbligo sarà esteso alle medie imprese dal 2030. L’obiettivo è duplice: monitorare un fenomeno finora poco conosciuto e incoraggiare le aziende a ridurre la sovrapproduzione.

Donazioni, riuso e ricondizionamento

Il divieto non implica che tutti i prodotti invenduti debbano necessariamente essere venduti a prezzi scontati. L’idea della Commissione europea è piuttosto quella di promuovere tutte le soluzioni che consentono ai prodotti di continuare a essere utilizzati, seguendo la gerarchia europea dei rifiuti.

Tra queste rientrano:

  • la rivendita
  • la donazione a organizzazioni e enti del Terzo settore
  • il riutilizzo
  • il ricondizionamento
  • la preparazione per un nuovo impiego

Il divieto di distruggere gli invenduti rappresenta solo uno degli strumenti introdotti dall’ESPR, il regolamento che mira a rendere i prodotti immessi sul mercato europeo più durevoli, riparabili, riutilizzabili, riciclabili ed efficienti nell’uso delle risorse. L’intento è trasformare progressivamente il mercato europeo, premiando qualità, durata e circolarità invece della produzione usa e getta.

Una svolta importante, ma non basta

Il divieto rappresenta una svolta simbolica e concreta nella lotta contro gli sprechi della moda, ma non risolve da solo i problemi strutturali del settore. La produzione continua a crescere più rapidamente della domanda e il modello della fast fashion rimane basato sul rapido ricambio delle collezioni e sull’acquisto impulsivo.

Limitare la distruzione degli invenduti è quindi un primo passo significativo, ma la vera resta quella di produrre meno, progettare capi destinati a durare più a lungo e incentivare modelli di consumo più responsabili.

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