La Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) ha comunicato che non supporterà più l’uso della pelliccia in alcun evento ufficiale della Settimana della Moda di milano, inclusi i canali social. Questa scelta, frutto di un confronto con LAV, Humane World for Animals e Collective Fashion Justice, si traduce nella diffusione di specifiche linee guida destinate ai marchi partecipanti.
Una decisione di visibilità, non un divieto
CNMI non proibisce esplicitamente l’impiego della pelliccia nelle collezioni, ma si impegna a non offrirle visibilità durante la settimana della moda, mirando così a indirizzare il settore verso materiali più etici e sostenibili. Si tratta di un segnale significativo, sebbene meno restrittivo rispetto alle normative già attuate a New York, Londra, Copenaghen, Berlino, Stoccolma, Amsterdam, Helsinki e Melbourne, dove le pellicce sono completamente escluse dalle rispettive settimane della moda. L’annuncio giunge inoltre in un momento critico: la Commissione europea è ancora in attesa di una risposta all’Iniziativa dei Cittadini Europei per una Fur Free Europe.
Le reazioni delle associazioni animaliste
Le associazioni coinvolte accolgono positivamente la misura, pur auspicando ulteriori progressi. LAV evidenzia che la maggior parte dei membri di CNMI ha già abbandonato l’uso di pellicce animali e che i pochi rimasti saranno ora incentivati a seguire il loro esempio. Collective Fashion Justice definisce questo un “passo storico” per la moda italiana, ma ricorda che senza un divieto esplicito la crudeltà non è ancora completamente estromessa dalle passerelle milanesi. Humane World for Animals considera l’iniziativa come un impulso concreto all’innovazione nei materiali, a beneficio degli animali e del pianeta. Il presidente di CNMI, Carlo Capasa, inquadra questa misura nel più ampio impegno decennale dell’organizzazione per la responsabilità e la sostenibilità del Made in Italy.
Un’industria già in movimento
La notizia non emerge in un contesto isolato. Negli ultimi anni, il settore della pelliccia ha registrato una significativa contrazione, influenzata da tre forze convergenti: la pressione degli attivisti, il cambiamento di sensibilità dei consumatori — in particolare delle generazioni più giovani — e le scelte autonome di molte maison. Gucci, Versace, Armani, Prada, Burberry e molti altri hanno già abbandonato la pelliccia animale nell’ultimo decennio, rendendo di fatto la posizione di CNMI una presa d’atto di un cambiamento già ampiamente avvenuto nel lusso italiano.
I nuovi materiali come alternativa concreta
Nel frattempo, il mercato dei materiali alternativi ha compiuto notevoli progressi. I cosiddetti biomateriali di nuova generazione — fibre create da scarti agricoli, micelio fungino, colture cellulari — non sono più semplici prototipi da laboratorio, ma prodotti sempre più presenti nelle collezioni di alta moda. Marchi come Stella McCartney hanno contribuito a normalizzare l’idea che rinunciare alle pelli animali non comporti una rinuncia all’estetica né al posizionamento premium.
Cosa cambia davvero e cosa resta aperto
Le linee guida di CNMI si concentrano sulla comunicazione, non sulla produzione. Niente pellicce nelle immagini ufficiali, nei comunicati, sui social della fashion week: tuttavia, un marchio potrebbe ancora presentare capi in pelliccia senza che CNMI intervenga direttamente.
Si tratta di una leva soft, non di un divieto, e gli attivisti ne sono ben consapevoli, tanto che il loro apprezzamento è accompagnato da un esplicito invito a fare di più. Rimane poi la questione europea sullo sfondo: l’Iniziativa dei Cittadini per una Fur Free Europe ha raccolto oltre un milione di firme, ma la Commissione non ha ancora fornito una risposta legislativa concreta.
Il segnale di Milano potrebbe, almeno simbolicamente, esercitare una pressione politica su un dossier rimasto finora in attesa. Che si tratti di un passo storico o di un compromesso al ribasso dipende molto dal punto di vista: per chi lotta per i diritti degli animali è un risultato parziale, mentre per il sistema moda italiano è probabilmente il riconoscimento che certi simboli del lusso tradizionale hanno ormai cambiato significato.
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