Un potere invisibile che ci muove come marionette nel mondo?

Un potere invisibile che ci muove come marionette nel mondo? 2

Viviamo in una società caratterizzata da regole, leggi, limiti e confini da rispettare. Tuttavia, tutti questi parametri che strutturano la nostra esistenza non sono sempre evidenti, non li possiamo toccare direttamente, eppure siamo consapevoli della loro presenza. Se avessimo fatto questa riflessione anni fa, avremmo parlato di coercizione; oggi, non la definiamo in questo modo, ma non siamo poi così distanti da tale sistema. Questi parametri sono forme attraverso le quali si esercita il potere, come un velo sottile che manovra la nostra vita, dalla formazione di un pensiero critico all’implementazione delle nostre azioni. Ma quanto siamo pronti ad affermare che sia così, ad accettare che nessun aspetto della nostra vita ci appartenga realmente, ma sia solo il risultato di un potere invisibile che ci muove come pupazzi?

Il giornalismo come riflesso della realtà o come sua manipolazione?

Per chiarire, iniziamo con un esempio concreto, ossia il giornalismo. Questo è sempre stato considerato il “quarto potere”, a fianco dell’esecutivo, legislativo e giudiziario. Essendo considerato alla stregua di un potere a tutti gli effetti, ci aspetteremmo una totale imparzialità e obiettività, ma siamo certi che sia sempre così?

Oggi, la quantità di informazioni è enorme, e il giornalista, colui che rappresenta il giornalismo, si trova a dover affrontare una responsabilità non indifferente. L’informazione è ormai disponibile in tempo reale, così come i contenuti sono infiniti, e il giornalismo non garantisce sempre una narrazione accurata e corretta dei fatti.

Nell’immenso mare delle informazioni diventa sempre più complesso fare ordine, soprattutto con la diffusione dei social media. La modalità di fruizione delle notizie è cambiata nel tempo; basti pensare che anni fa erano i giornali cartacei o i telegiornali a detenere il monopolio dell’informazione, mentre ora ognuno di noi può esprimere la propria voce. Per chiarire, non esiste un’unica persona o entità che controlla l’informazione e ha il potere di divulgarla in modo autentico, ma chiunque, grazie a internet, può diventare .

Inevitabilmente, ci scontriamo quotidianamente con fake news, disinformazione e commenti inappropriati. Naturalmente, non dobbiamo generalizzare, poiché spetta anche al giornalista verificare le informazioni e le fonti, per garantire veridicità e trasparenza al lettore potenziale.

Se la vita quotidiana è sottoposta a un ritmo frenetico, anche le notizie ne diventano vittime, ponendo il giornalismo di fronte a sfide apparentemente insormontabili. La rapidità crea pressione sul giornalista, il quale deve rispondere a una crescente domanda di notizie immediate, costringendolo a ridurre i tempi dedicati alla verifica delle informazioni.

Quindi, senza dubbio, il giornalismo deve essere imparziale, deve fornire al lettore fatti privi di qualsiasi filtro personale, senza diventare uno strumento di manipolazione delle coscienze. Eppure, ci sono coloro che formano il proprio pensiero basandosi su internet o sui social, diventando preda di notizie dai toni sensazionalistici o comunque manipolate. L’obiettività rimane un principio fondamentale del giornalismo, ma non è sempre semplice e immediato per il giornalista osservare il e riportare i fatti senza alcuna inclinazione.

Fake news

Fake news o notizie false non è un concetto nuovo per noi, e la loro diffusione ha radici ben lontane, amplificate dall’arrivo di internet e dei social media. La creazione di queste notizie fuorvianti ha lo scopo di ingannare il pubblico, di manipolare le coscienze e la percezione dei fatti. L’opinione pubblica è quindi vittima di questo meccanismo.

Spesso, la falsificazione è intenzionale, con l’obiettivo finale di ottenere un vantaggio politico o economico. Un contenuto che provoca indignazione o paura verrà condiviso più facilmente dal lettore, il quale spesso fatica a discernere ciò che è attendibile da ciò che non lo è.

Quando il giornalismo decide di raccontare un evento, come farlo e con quale tono, in quel preciso momento, non descrive più obiettivamente quanto accaduto, ma partecipa già alla costruzione sociale. Pertanto, queste scelte influenzano la percezione del pubblico, anche se quest’ non ne è consapevole, poiché tutto avviene così rapidamente e in modo velato che si concentra solo sulla fruizione di questi contenuti così come vengono presentati.

Le leggi e la giustizia vanno di pari passo?

Ma fare giornalismo significa allora esercitare la giustizia? Ossia, riportare i fatti per come sono realmente accaduti o, meglio, per come dovrebbero essersi svolti, significa esercitare lo strumento della giustizia?

Nel contesto del giornalismo, il diritto di cronaca è essenziale per raccontare la verità, per esercitare l’etica della professione stessa, contribuendo a ciò che possiamo definire giustizia sociale. Tuttavia, sarebbe errato pensare che il giornalismo sia una forma di giustizia; piuttosto, il giornalismo non è giustizia ma può contribuire a raggiungerla, solo quando viene divulgata un’informazione trasparente.

Il diritto di cronaca non è solo il diritto di pubblicare informazioni relative a eventi o fatti di pubblico interesse. Certamente, è giusto informare il pubblico raccontando ciò che accade nel mondo, tuttavia, questo diritto di cronaca deve confrontarsi con limiti o confini, come il diritto all’oblio. Lo stesso diritto di cronaca fa parte dell’ordinamento italiano tra le libertà di manifestazione del pensiero. Ma il diritto può essere anche visto come diritto positivo, ossia le leggi scritte, leggi che dovrebbero garantire la giustizia ideale, dal punto di vista morale.

Così come il diritto di cronaca può offrire trasparenza e obiettività al pubblico, le leggi applicate correttamente dovrebbero proteggere i deboli e garantire equità, traducendo la giustizia in norme concrete. Se consideriamo le leggi contro la discriminazione razziale, ci verrebbe spontaneo affermare che garantiscono davvero la giustizia, come quelle a tutela dei lavoratori. Eppure, le leggi sono concepite e redatte nero su bianco da chi detiene il potere e possono riflettere gli interessi dei gruppi dominanti. Ripensando al passato, possiamo ricordare le leggi razziali del regime nazista, leggi che erano legali ma che moralmente erano ingiuste, in netto contrasto con i principi di equità e uguaglianza.

Un altro esempio può essere l’apartheid, sistema di segregazione razziale attuato in Sudafrica dal 1948 al 1991, con l’obiettivo di sottomettere le minoranze, evidenziando la predominanza bianca. Questo sistema dimostra come il diritto sia stato utilizzato non per garantire giustizia, ma per alimentare e giustificare disuguaglianze e discriminazioni.

L’obiettività, anche in questo caso, non è immediata; infatti, il diritto non coincide necessariamente con la giustizia. Può essere considerato come uno strumento per realizzarla, ma anche per giustificare situazioni non moralmente corrette.

Una sicurezza troppo oppressiva è sinonimo di coercizione e controllo

Le leggi, se applicate correttamente, non dovrebbero solo garantire giustizia ma anche promuovere un senso di sicurezza. In linea di massima, io cittadino sono soggetto a una serie di leggi e controlli da parte dello Stato, al fine di essere protetto. Di conseguenza, le mie libertà sono in parte limitate, ma a favore di un bene comune più grande.

Tuttavia, la sicurezza implica un’erosione della libertà, diventando così una scusa. Proviamo a riflettere su quanto detto in precedenza. Le leggi sono formulate da chi governa; quindi, inevitabilmente subiscono dei filtri personali e vengono manipolate. Allora, perché i governi non potrebbero utilizzare la paura dei cittadini per ottenere consenso? Aumentare controlli e sorveglianza, riducendo gradualmente le nostre libertà? Forse questo è l’obiettivo finale? Una sicurezza che può diventare uno strumento per governare le persone, piuttosto che proteggerle realmente?

Paul-Michel Foucault, filosofo e critico sociale francese, ha discusso di una in cui il controllo è diffuso ma invisibile. Ci ha insegnato a guardare oltre le strutture visibili del potere, analizzando più a fondo le forme sottili e pervasive di controllo presenti nella nostra società. Secondo Foucault, tutti noi siamo sottoposti a controllo e disciplina in qualsiasi momento della nostra vita. Ad esempio, oggi utilizziamo costantemente il telefono, lasciando tracce digitali che possono essere monitorate. Un controllo invisibile, apparentemente, incarnato comunque nella forma di sorveglianza digitale.

Non serviva Foucault per spiegarci come il potere sia presente ovunque; tuttavia, è possibile esercitare una maggiore consapevolezza, cercando di ridurre la sua influenza su di noi. Se divento consapevole e cosciente del suo operato, nonostante sia difficile evitarlo, sarò in grado di muovermi nel mondo con maggiore libertà e autonomia. Non potrò certamente limitare o impedire questa forma di controllo che incombe su di noi, anche attraverso un velo invisibile, ma potrò gestire l’influenza che ha sulla mia vita, dalle mie opinioni fino alle mie azioni.

La sicurezza è necessaria per garantire ordine e vigilanza nella società; altrimenti, ci sarebbe solo caos, ma un eccesso di sicurezza e la cancellazione della libertà possono comportare controllo e autoritarismo.

Il potere invisibile che ci accompagna nella nostra vita come un’ombra

Se viviamo in un mondo manovrato da un potere invisibile, che ci controlla senza farlo in modo eccessivamente palese, ci dirige ma ci lascia anche scegliere apparentemente, allora come agisce realmente questo potere? L’idea generale è quella di essere marionette mosse da fili, gestiti da una forma di potere che non vuole essere definita tale, ma che esiste sotto gli occhi di tutti, o quasi.

Foucault riassume anche in questo caso un po’ questo concetto o visione, ricordandoci della presenza di questo potere che non si manifesta completamente, ma che si percepisce. Oggi, nessuno mi ordina di fare qualcosa piuttosto che un’altra, ma c’è “qualcuno” che influenza le mie azioni, che guida le mie scelte; in altre parole, non sono libero di pensare autonomamente. Meglio ancora, credo di farlo, ma non è così, perché anche se non ho nessuno che mi tira per la manica per dirmi “ehi, stai sbagliando”, il potere invisibile lo fa.

Non sarà il potere come lo conosciamo a gestire la nostra vita come in passato, ma ora ci sono i social, gli algoritmi e le app.

Le nostre interazioni e preferenze vengono costantemente analizzate e monitorate dagli algoritmi. Quante volte accediamo a un social e ci imbattiamo in un contenuto che abbiamo cercato il giorno prima o qualche ora fa? La mia esperienza di navigazione è influenzata; non è determinata unicamente dalla mia volontà, ma è manipolata da un’entità esterna, in questo caso dagli algoritmi. Un potere visibile e diretto non deve necessariamente manifestarsi sotto forma di una persona fisica, ma può esercitarsi anche in modo indiretto, facendosi comunque sentire chiaramente.

Gli algoritmi, o qualsiasi altra forma di potere non palese, non ci costringono direttamente come un tiranno, ma ci influenzano, ci consigliano e, magari, riescono anche a cambiare la nostra idea principale, senza volerlo, facendo credere che tale cambiamento sia dovuto a un nostro esclusivo ripensamento.

Il prezzo o il beneficio di essere invisibili oggi

La nostra presenza sui social e nei media implica visibilità, avere una voce nel dibattito pubblico, poter esprimere “liberamente” la nostra opinione. Essere visibili, però, comporta anche controllo, sicurezza, un giudizio costante e forse qualche libertà sottratta. Quindi, se sono invisibile perdo tutti i diritti garantiti a chi è visibile, sono escluso da ogni meccanismo che governa la società. Per avere un quadro chiaro, sono invisibili, ad esempio, i senza rappresentanza, i lavoratori precari, chiunque viva ai margini della società. Invisibile, quindi, significa trovarsi al di fuori delle dinamiche di controllo a cui sono sottoposti i visibili, dinamiche di controllo che sono sinonimo di sorveglianza in senso positivo o negativo?

Tuttavia, posso decidere liberamente di essere invisibile, magari allontanandomi dai social, tutelando la mia privacy, rimanendo una persona pensante.

Non necessariamente, essere invisibile significa perdita di autonomia e di potere. Potrei essere invisibile e non privo di potere; piuttosto, mi sento libero dal controllo a cui sono sottoposti gli altri, da quei sistemi di sorveglianza che ci modellano tutti allo stesso modo, che ci fanno agire come marionette, come se fossimo realmente noi artefici del nostro destino o delle nostre azioni, scoprendo poi che non è completamente così.

Tutto può influenzarci: un giornalismo non obiettivo, un diritto che non lavora per garantire la giustizia, una sicurezza travestita da forma di controllo e oppressione. Qualsiasi fattore che determina anche in minima parte il nostro modo di pensare o le nostre azioni è potere, ma non visibile che ci tocca e ci fa male, ma invisibile, spesso peggiore di quello che ci tiene in vita palesandosi.