Rapido 904: la zona grigia che chiede verità

Rapido 904: la zona grigia che chiede verità 2

Il “rapido 904” fermo nella stazione di San Benedetto Val di Sambro (Bologna) dopo l’attentato, in una immagine del 23 dicembre 1984. ANSA

41 anni. Sono passate quattro lunghe decadi da uno degli innumerevoli attentati dinamitardi che ha lasciato dietro di sé una scia infinita di false verità, dubbi e ingiustizie. Una replica, quella della Strage di Natale – anche conosciuta come strage del Rapido 904 -, che ha riacceso la paura, il terrore, la tensione sociale e politica in Italia, proprio come nel luglio del 1974, quando un altro treno era saltato in aria. La strage del Rapido 904 avvenne esattamente dieci anni dopo, il 23 dicembre 1984: il treno, proveniente da Napoli e diretto a Milano, gremiva di gente.

Una violenta esplosione ha colpito il treno all’altezza della galleria di San Benedetto Val di Sambro, verso le 19 di sera. Un’esplosione grande, che fa eco ancora oggi nelle pagine dei giornali, nelle parole dei familiari delle vittime, nella storia d’Italia e nella complicità di chi non ha mai detto la verità. Un’esplosione, che nel rimbombo di oggi, si porta dietro 15 morti e 267 feriti.

La strage del Rapido 904: le indagini e i processi

La strage del Rapido 904 è stata causata da una carica di esplosivo che era stata posta sopra una griglia portabagagli, nella carrozza numero 9 di seconda classe del treno. La posizione non era casuale: l’ordigno si trovava infatti in una posizione centrale, in modo tale da colpire il più chirurgicamente possibile. Inoltre, l’esplosivo era anche radiocomandato: questo a indicare che l’obiettivo era provocare un numero di morti abbastanza alto e aumentare le conseguenze della strage.

Le indagini portarono all’arresto di alcuni uomini riconducibili al clan napoletano Misso e a Pippo Calò, una figura fondamentale che ha rappresentato per anni la stretta correlazione che hanno sempre avuto la mafia, lo Stato, la P2, il Vaticano e la Banda della Magliana. Un’altra figura che venne coinvolta nelle indagini della strage del Rapido 904 è Massimo Abbatangelo, deputato del Movimento Sociale Italiano, accusato di aver fornito l’esplosivo.

A creare una forte teoria che sosteneva la mano della Mafia dietro la strage del Rapido 904 sono state le circostanze – perlopiù ricorrenti – storiche, geografiche e chimiche dell’eccidio. L’esplosione avvenne nei pressi del punto in cui, appena dieci anni prima, c’era stata la strage dell’Italicus; inoltre, secondo le indagini, sarebbe stato usato lo stesso esplosivo dell’attentato di via d’Amelio. Proprio per questo, il quadro degli indizi riconduceva, oltre che alla Mafia, alla figura di Totò Riina, identificato come mandante della strage. Nel 2011 infatti, in seguito a una rilettura delle indagini e dei processi, la DDA di emetterà un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Riina, assolto successivamente in primo nel 2015.

Nel febbraio 1989, la Corte di Assise di condannò all’ergastolo Calò e altre figure a lui collegate: a eseguire l’attentato, secondo la giustizia italiana, furono gli esponenti della Camorra napoletana, mentre la Mafia siciliana decise di porre la bomba su quel determinato treno, in seguito alla tensione che il maxi-processo della Procura di stava intentando contro le stesse cosche mafiose. Si ricorda infatti la pronuncia del novembre del 1992 da parte della quinta sezione penale della Cassazione che confermò “la matrice terroristico-mafiosa” della strage del Rapido 904.

La definitiva fu confermata dalla Cassazione nel 1992: oltre a Calò, furono condannati il suo braccio destro Guido Cercola – successivamente suicidatosi in carcere nel 2005 -, Franco Di Agostino, membro di Cosa Nostra, Friedrich Schaudinn, cittadino tedesco che per anni scappò dalla giustizia italiana, e alcuni membri della Camorra.

Oltre la mano mafiosa

Mentre lo Stato ha sempre indagato solamente sulla Mafia, fin dall’inizio emersero altri fattori fondamentali per una lettura panoramica della strage del Rapido 904. Si può ad esempio citare la Relazione Pellegrino che ha tentato di mettere a sistema i rapporti e le dinamiche di quel giorno di dicembre, inquadrare i responsabili e i loro complici, ma anche razionalizzarne gli obiettivi. In particolare, la relazione si rivolge sia alla strage del Rapido 904 ma anche a quella di Bologna, avvenuta appena quattro anni prima.

“Restano non pienamente chiariti i contesti, probabilmente diversi, in cui le due stragi sono venute ad inserirsi e i più ampi disegni strategici cui le stesse sono state funzionali”. Elaborata nel 1995, la relazione Pellegrino ha messo in discussione una lettura, già assodata, della matrice mafiosa della strage, parlando infatti di una “zona grigia, caratterizzata da rapporti incrociati tra mafia, servizi segreti, criminalità politica e comune, il cui ruolo appare ormai innegabile”.

A prendere parola su questo aspetto e i potenziali intrecci, anche l’associazione dei familiari delle vittime della strage di Natale, che per anni hanno sostenuto che la matrice mafiosa non era l’unica responsabile, ma evidenziando una reiterazione di “atti criminali” e terroristici volti a “turbare e condizionare lo svolgimento della vita democratica del Paese“, considerando anche il tipo di “opera sistematica di disinformazione della falange armata che si è avvalsa di un supporto informativo e logistico non disponibile sul semplice mercato criminale”.

Gli ultimi aggiornamenti: il fascicolo del 2024 

Nel febbraio 2024, proprio dopo 40 anni esatti, la procura distrettuale antimafia di Firenze ha aperto un nuovo fascicolo in cui si voleva fare collegare la strage del Rapido 904 a tutte le altre negli anni ’90. La Procura infatti ha riaperto le indagini per dimostrare e accertare definitivamente una rete di responsabilità che collega strettamente lo stragismo mafioso alla politica, passando per la complicità dei servizi segreti – in particolare del Sismi e del Sisde, già considerati fattori problematici all’epoca dei fatti.

La strage del Rapido 904 sarebbe pertanto l’anello di congiunzione storico tra l’ultima strage che segna la fine della strategia della tensione, dunque l’attentato alla stazione di Bologna del 1980, fino allo stragismo mafioso degli anni ’92, ’93, fino all’attentato allo Stadio Olimpico di nel gennaio del 1994.

A parlare davanti agli inquirenti, il pentito Giovanni Brusca, una delle figure più importanti e ricorrenti che ha rivelato alcuni dettagli sulla Trattativa Stato-Mafia. Il collaboratore di giustizia ha infatti definito la strage di Natale come un’azione volta a “distrarre l’attenzione dal sud e poter fare i nostri interessi”, riferendosi al Maxiprocesso e alle indagini che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stavano conducendo nei confronti delle azioni mafiose in . Brusca ha inoltre affermato che, oltre alla mano di altri boss palermitani, ci sarebbe stato un fondamentale e pieno coinvolgimento della destra eversiva e delle istituzioni deviate.

Restano però ancora molti punti oscuri. In ogni ricostruzione, in ogni parola, in ogni carta, mancano dei tasselli, delle coordinate che riescano a disegnare un quadro completo di ciò che il 23 dicembre 1984 porta con sé. I punti oscuri riguardano ogni singola persona coinvolta, indagata ma successivamente prosciolta. Rimangono ancora domande senza risposta, sopratutto riguardo ai mandanti. Sono gli stessi tasselli che suggeriscono una sempre più continua e intima commistione tra i servizi deviati dello Stato, le frange più eversive della destra neofascista e la mafia.