Per anni, la storia più antica dell’arcipelago giapponese è stata un insieme di indizi, teorie e interpretazioni. La preistoria del Giappone, infatti, non dispone di documenti scritti e si è dovuta finora affidare a prove archeologiche: ceramiche di stile Jōmon, resti di conchiglie, insediamenti isolati e reperti disseminati. Queste evidenze materiali hanno reso possibile delineare una narrazione sulla comparsa dei primi abitanti dell’arcipelago, conosciuta come popolazione Jōmon, ma con numerose lacune e ambiguità interpretative.
Per lungo tempo, il punto di vista predominante degli studiosi ha sostenuto una spiegazione basata su migrazioni multiple: diverse ondate di gruppi umani avrebbero invaso l’arcipelago giapponese, provenendo da varie regioni del continente asiatico, contribuendo così alla diversità genetica riscontrata nelle antiche comunità. Tuttavia, un recente studio genetico internazionale guidato dal professor Hiroki Oota dell’Università di Tokyo ha presentato una visione alternativa che modifica in modo significativo questa interpretazione consolidata.
Il ruolo della genetica nella storia umana
Le tracce materiali lasciate dalle antiche popolazioni — frammenti di ceramica, resti ossei, strumenti di pietra — offrono preziosi indizi sul comportamento culturale e sull’economia delle società preistoriche. Tuttavia, da sole non riescono a descrivere con esattezza le relazioni demografiche e i processi migratori che hanno influenzato le popolazioni. Pertanto, la genetica antica (ancient DNA) ha rapidamente assunto un ruolo chiave nelle ricerche di antropologia umana: il DNA estratto da resti scheletrici può rivelare legami e linee di discendenza non evidenziabili tramite l’archeologia tradizionale.
Negli ultimi anni, tecnologie sempre più avanzate hanno reso possibile il sequenziamento di interi genomi — non solo mitocondriali, ma anche nucleari — da individui vissuti migliaia di anni fa. Questi dati forniscono un quadro diretto delle variazioni genetiche ancestrali e delle dinamiche di popolazione nel profondo passato.
L’ipotesi delle migrazioni multiple
Secondo la narrazione prevalente nella paleoantropologia, i Jōmon non avrebbero costituito un gruppo omogeneo giunto in un’unica ondata migratoria. Al contrario, la loro diversità genetica regionale — tra i Jōmon dell’est e quelli dell’ovest, ad esempio — è spesso interpretata come prova di ingressi successivi di popolazioni diverse in periodi differenti e attraverso traiettorie multiple dal continente asiatico. Questa visione combinava archeologia, morfologia scheletrica e lo studio dei reperti materiali per sostenere un modello complesso di popolamento.
Tale ipotesi, però, presentava limiti metodologici, in quanto si fondava principalmente su confronti indiretti e interpretazioni di reperti parziali, senza una base genetica solida derivante da un ampio campione di individui. Con l’introduzione delle tecniche di sequenziamento, i ricercatori hanno cominciato a testare empiricamente queste idee.
Nuovo studio sui genomi mitocondriali Jōmon
Il team guidato da Hiroki Oota ha recentemente pubblicato i risultati di un’ampia analisi di genomi mitocondriali completi estratti da scheletri Jōmon provenienti da vari siti dell’arcipelago. Analizzando 13 nuovi campioni insieme a quelli già esistenti, i ricercatori sono riusciti a ricostruire con maggiore precisione l’evoluzione demografica del popolo Jōmon nel corso dei millenni.
L’approccio utilizzato si è basato sull’impiego di modelli statistici avanzati noti come Bayesian skyline plots, che permettono di stimare come è cambiata nel tempo la dimensione di una popolazione familiare, a partire dalle mutazioni accumulate nel DNA mitocondriale. Queste curve demografiche hanno rivelato che la popolazione Jōmon non cresceva secondo schemi facilmente interpretabili come il risultato di continui apporti esterni. Al contrario, tra circa 13.000 e 8.000 anni fa si osserva una crescita significativa della popolazione Jōmon, in particolare nella parte orientale dell’arcipelago.
Una delle scoperte più rilevanti del nuovo studio è che le differenze genetiche tra i Jōmon dell’est e quelli dell’ovest non devono necessariamente essere interpretate come conseguenza di migranti provenienti da direzioni diverse. Secondo Oota e colleghi, tali differenze possono emergere anche attraverso processi interni alla popolazione: piccole mutazioni genetiche accumulate in gruppi che sono rimasti separati per lungo tempo possono generare distinzioni significative, anche in assenza di migrazioni multiple rilevanti.
La diversificazione genetica osservata potrebbe essere stata determinata da dinamiche di isolamento regionale e drift genetico piuttosto che da un costante afflusso di gruppi esterni con origini distinte. Questo ribalta un aspetto centrale delle ipotesi “classiche” sulla popolazione Jōmon.
Un popolo isolato o un gruppo in movimento?
È interessante notare che ulteriori ricerche genetiche sui Jōmon suggeriscono un isolamento prolungato dal continente dopo la loro comparsa nell’arcipelago, con poche evidenze di significativi apporti genetici esterni durante gran parte del periodo Jōmon stesso. Analisi di genomi nucleari da scheletri risalenti a 3.000 anni fa mostrano che i Jōmon si sono distaccati dalle popolazioni continentali molto prima della diversificazione genetica delle popolazioni eurasiatiche moderne.
Questo isolamento non esclude una migrazione iniziale verso l’arcipelago, ma rafforza l’idea che tale movimento sia avvenuto in un’unica grande ondata ancestrale, dando poi origine a una popolazione autosufficiente e in larga misura isolata per millenni.