Lo strumento del carcere e il ruolo nella società

Lo strumento del carcere e il ruolo nella società 2

Poche sono le ore trascorse in seguito alla rivolta delle persone detenute nel carcere della Dozza, a Bologna, dove una quarantina di persone hanno trascorso l’intera notte in corridoio, rifiutandosi di rientrare nelle proprie celle. In seguito, un copione di atti, parole e manovre senza fine, che ribadiscano come il carcere e le istituzioni in Italia si siano sempre poste nei confronti dei detenuti. Prima l’incendio appiccato ai materassi, in seguito l’interventi degli agenti della penitenziaria, che però a poco è servito, data la scarsa agibilità delle celle a causa del fumo e la mancanza di posti liberi nelle altre carceri della Regione.

La rivolta nel carcere di Dozza sarebbe partita in seguito al rifiuto di un ricovero di uno dei detenuti. L’uomo aveva chiesto di essere portato in ospedale dopo aver ingoiato uno stuzzicadenti. “E’ preoccupante la frequenza di questi eventi critici nelle carceri, eventi che si caratterizzano per la perdita del controllo degli spazi detentivi da parte della sicurezza”, ha commentato il Garante Regionale dell’Emilia-Romagna per i detenuti Roberto Cavalieri.

Il giro di boa: l’anno 2025 

Alla fine dell’anno sono ormai consuetudinarie le considerazioni sulle condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, ma la drammaticità dei numeri ad oggi parla da sola ed è difficile pensare che si tratti, ancora, di eventi sporadici, casi isolati, episodi che non hanno un rapporto di causalità. Davanti a una capienza effettiva di 46.124 posti, Antigone ha contato 63.868 persone detenute: in percentuale, il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%.

Il 2025 conta 238 decessi, di cui 79 suicidi. Nel 2022, tre anni fa, se ne contavano 84; nel 2023, invece, 69. Il 2024 invece porta con sé il record di suicidi in carcere: 91. Un record, un numero. Ma alla fine, quando si fa la conta del nuovo record raggiunto, non c’è nessun , nessuna vincita: c’è solo morte, indifferenza, cancellazione dell’ennesima vita umana dimenticata dallo Stato. Quella stessa indifferenza che scorre tra le dita di chi legge 91 solamente come un numero, senza avere la minima consapevolezza che quelle 91 vite spezzate fanno parte di un paradigma sociale, politico e culturale che riconoscono il carcere come la soluzione reale ed efficace ad ogni problema.

Antigone pone il focus anche sulle condizioni di vita – se così vogliamo chiamarla – nelle carceri: nel 10% degli istituti che sono stati visitati, il riscaldamento non era correttamente e costantemente funzionante, mentre nel 45% degli istituti c’erano difficoltà nel garantire l’acqua calda. Il 56,3% delle carceri non ha celle con le docce e in molte strutture non ci sono spazi dedicati alla socialità delle persone detenute, come sale comuni, laboratori, o ambienti dedicati esclusivamente ad attività formative. Nel 23% delle carceri visitate, non ci sono neanche le aree verdi, importanti per i colloqui all’aperto con le famiglie.

Perché il carcere è importante per conoscere la società 

In , in tutte le grandi e più piccole città, ci sono delle carceri. Nelle grandi città anche più di uno e a volte è possibile trovarli anche al centro, come a . Fanno da sfondo alle passeggiate romantiche, ai paesaggi primaverili, ai festeggiamenti per una vittoria sportiva o, come il giorno in cui scriviamo, ai festeggiamenti dell’anno che verrà.

Alle volte, o meglio, il più delle volte, le carceri si trovano nelle periferie delle metropoli, come se l’allontanamento dal centro storico e nevralgico della vita umana aiutasse a cancellare che esistono persone detenute. L’allontanamento fisico è un pò come se aiutasse a normalizzare l’esistenza del carcere, a cancellare alcune vite, alcuni luoghi, proprio come quello. E questa stessa convinzione porta poi al turbine di rimozione e indifferenza, come se le persone che sono recluse in quel mostro architettonico non meritassero una vita bella.

Il carcere dunque è il simbolo di una che decide di non investire sulle persone detenute: o meglio, investire a stento, garantendo così una cella – anche se non singola – ma non acqua calda. È la materializzazione di una logica dominante, quella che adotta lo Stato, di marginalizzare chi non si inserisce nel contesto economico della società civile odierna: chi non fa profitto, chi non guadagna, chi non è e non fa abbastanza perché non ha i documenti.

Il carcere è contenitore di tutto ciò che lo Stato non sa e non vuole gestire, semplicemente perché non è una priorità e perché la vita di chi vive dentro non è meritevole. Si costruisce così un luogo che, anche architettonicamente, mostra la fragilità e l’estrema contraddizione della sicurezza, dove punizione e sorveglianza sono parole d’ordine insieme alla discriminazione razziale.

Migrazioni, movimenti sociali, guerra: la stessa faccia della medaglia

Lo strumento del carcere è sempre stato al centro del dibattito della rieducazione. Ri-Educazione, proprio a stabilire il fatto che chi non rientra in quel paradigma si trova davanti a un aut-aut: o cambia, oppure sarà per sempre buttato nell’oblio.

Con il Decreto Caivano del settembre 2023, c’è stato un evidente cambio di rotta dell’uso degli strumenti carcerari e, più in generale, del sistema penale italiano. Con questo, le politiche dell’immigrazione e quelle abitative, la gestione delle periferie, lo sfruttamento lavorativo. Nel 2024 invece, si è passati al DDL 1660, anche noto come Decreto Sicurezza, presentato in maniera congiunta dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Difesa e volto ad abbattere e colpevolizzare tutti quei movimenti che, ancora oggi, mantengono vivi i conflitti sociali. I movimenti per il diritto all’abitare, per la giustizia ambientale, quelli contro lo sfruttamento del lavoro, oppure quelli contro le grandi opere.

Oltre al danno, anche la beffa: oltre all’introduzione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene, anche una logica feroce di criminalizzazione, alimentata dai discorsi dei leader politici e dalle parole taglienti della stampa. La criminalizzazione del dissenso e l’individuazione del nuovo nemico interno ha fatto sì che si coniassero nuovi termini, come l’“ecoterrorista”, usato nei vari talk show per descrivere attivisti dei movimenti climatici.

La e il genocidio in corso ha Gaza sta determinando a grandi linee come gli strumenti del carcere vengono messi in atto: è in questa situazione che si ritrova quella stessa sicurezza che viene ogni giorno invocata. Un nuovo target, molte volte straniero, viene individuato: una persona di origine araba, migrante, che frequenta determinati spazi sociali e prende parola sulla Palestina. Un soggetto perfetto da annientare, da ricattare, mettendo in gioco la sua protezione internazionale, i suoi documenti, la permanenza fisica in Italia. È stato il caso di Mohamed Shanin, imam della moschea di , recluso in un CPR in seguito ad una presa di posizione politica.

A chi è privato della propria libertà

Non servirà di certo scomodare Voltaire per comprendere le logiche che si nascondono, perfide e insidiose, dietro al carcere. “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione” diceva il filosofo parigino, citato successivamente anche da Fëdor Dostoevskij, in “Memorie da una casa di morti”, che in galera c’è stato per alcuni anni. Non servirà neanche scomodare qualche accademico dell’oggi, se Voltaire ci annoia, quando possiamo leggere le parole, sentire le testimonianze di chi il carcere lo ha vissuto e lo vive ancora sulla propria pelle.

È ormai difficile stabilire qual è il momento più complicato dell’anno per le persone detenute: l’estate per il caldo, l’inverno per il freddo, a Natale per la solitudine. E dunque, laddove muoiono le relazioni, l’amore, la bellezza e la curiosità per la vita, laddove c’è deserto e abbrutimento dell’essere, bisogna ricordare che la vita esiste eccome, esiste ancora: per chi è libero e per chi ora non riesce semplicemente a crederci.

Lucrezia Agliani