Il giovane Valerio Verbano, di 18 anni, venne ucciso con un colpo di pistola alla testa da un gruppo fascista armato all’interno della sua abitazione, dopo aver immobilizzato i suoi genitori, il 22 febbraio 1980.
Un giorno che sembrava come tanti altri. Suonano al citofono: “Siamo amici di Valerio”. “È ancora a scuola”, risponde la madre Carla. “Possiamo aspettarlo in casa? Vorremmo parlargli. Lui ci conosce”. Dopo qualche minuto, tre ragazzi armati e con il volto coperto irrompono nell’abitazione di Verbano, al quarto piano di Via Montebianco, 114. Montesacro, un quartiere storicamente di sinistra, sull’immaginaria linea di confine con il quartiere trieste, roccaforte della destra più estrema. Sono le 12.44. Legano e imbavagliano il padre e la madre e attendono l’arrivo di Valerio Verbano. Ai genitori affermano di dover solo porre alcune domande, vogliono sapere nomi. “Andrà tutto bene, state calmi”, ripete in modo ossessivo uno di loro mentre li tiene sotto tiro con la pistola. Circa un’ora dopo Valerio Verbano rientra a casa. Si accorge di quanto sta accadendo, lotta, cerca di liberarsi, riesce a disarmare uno degli aggressori, scappa, ma nulla può quando un colpo di pistola lo colpisce alla schiena. Muore nell’ambulanza mentre viene trasportato in ospedale. Tante congetture, altrettanti sospetti in una storia che presenta ancora oggi molte zone d’ombra, dove complici silenzi e omertà si alternano e feriscono più di un colpo di pistola. Pentiti di destra come di sinistra ma ancora nessuna verità processualmente rilevante. L’omicidio di Valerio Verbano, uno dei più oscuri degli anni di piombo, a distanza di così tanti anni non ha ancora un responsabile, un nome, un volto. Tuttavia continua a suscitare discussioni. Come era consuetudine nella sinistra extraparlamentare, Valerio Verbano aveva redatto un fascicolo in cui aveva accuratamente raccolto informazioni e fotografie riguardanti la destra neofascista romana. Da esso emergevano le collusioni con la criminalità organizzata, in primis la Banda della Magliana e le (presunte) coperture di non meglio definiti apparati dello Stato. Valerio Verbano annota tutto, indirizzi, orari, date, nomi e luoghi con assoluta precisione. Il “Dossier Nar”, come venne soprannominato, fu acquisito negli atti durante una perquisizione; tempo dopo scompare misteriosamente dagli archivi. Cosa conteneva realmente di così pericoloso e scomodo? Di certo nel dossier veniva fatto il nome di Marco Fassoni Accetti, il fotografo superteste sospettato di avere legami stretti con Ortolani, Gelli e la Massoneria, autoaccusatosi di aver avuto un ruolo nella vicenda relativa al sequestro di Manuela Orlandi per conto di un gruppo di ecclesiastici opposti a papa Wojtyla. Ma c’è di più, ci sono anche i nomi di Angelo Izzo e Andrea Ghira, due dei tre responsabili della strage del Circeo e di molti altri che direttamente o indirettamente sono sospettati di aver partecipato ai delitti e alle stragi più efferate e ancora irrisolte. Ma non è l’unica anomalia in una vicenda ancora avvolta nel mistero più fitto. Ce n’è un’altra che solleva più di un sospetto. Tecnicamente, non sarebbe stato più semplice aspettarlo sotto casa? Quale motivo c’era per salire? Atteggiamento decisamente insolito nonostante il clima di quegli anni. Degno di un’esecuzione in piena regola. E poi, che fine hanno fatto i due passamontagna che durante la colluttazione Valerio riesce a strappare agli aggressori? Tempo dopo si apprende che sono stati distrutti. Ma come, distrutta una prova fondamentale per le indagini?? Lo stesso giorno dell’omicidio giungono alcune rivendicazioni. La prima è dei Nar (NAR), la sigla di punta dell’estrema destra:
“Abbiamo giustiziato Valerio Verbano, mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”.
La rivendicazione è considerata credibile poiché a quell’ora non si conoscono ancora i risultati dell’autopsia. La seconda proviene da una formazione di sinistra “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” che sostiene di aver ucciso Verbano perché è una spia, un delatore, un “servo della polizia”, sebbene affermino “è stato un errore, volevamo solo gambizzarlo”. Un’ora dopo, verso le 21, arriva una terza rivendicazione dai “Nuclei Armati Rivoluzionari”, “La mano di Thor ha colpito a Montesacro”, scrivono nel volantino, seguito da alcune smentite ma che viene ritenuto anch’esso credibile dagli inquirenti. Ciò, anche per smontare un teorema che avrebbe visto una strana quanto improbabile alleanza tra gruppi di destra e sinistra legati al traffico di droga per eliminare questo ragazzo che sapeva troppo. Ma chi ha armato quella mano? Quali superiori interessi e responsabilità morali si nascondono dietro gli esecutori materiali? Forse non lo scopriremo mai. Il nome di Valerio Verbano emerge anche nell’ambito delle indagini sulla strage di bologna. A parlarne è Laura Lauricella, compagna di un personaggio di spicco dell’estrema destra di quel periodo, Egidio Giuliani. La Lauricella fa riferimento a un silenziatore che Giuliani avrebbe fornito all’assassino di Verbano. Quel ragazzo è Roberto Nistri, membro di spicco di Terza Posizione. Il giudice Claudio d’Angelo, che indaga sull’omicidio Verbano, interroga sia Nistri che Giuliani, entrambi negano ogni accusa. Il 30 settembre 1982 Walter Sordi, ex terrorista dei Nar pentito, fornisce nuove rivelazioni sul delitto Verbano. Racconta di aver raccolto le confidenze di un altro esponente dei Nar, Pasquale Belsito:
“Fu Belsito a dirmi che a suo avviso gli autori dell’omicidio Verbano erano da identificarsi nei fratelli Claudio e Stefano Bracci e in Massimo Carminati”.
Il 25 gennaio 1984, nell’unico interrogatorio cui è sottoposto, Claudio Bracci nega ogni accusa e smentisce di conoscere Pasquale Belsito. Massimo Carminati rilascia dichiarazioni identiche. Ai pentiti e ai collaboratori si aggiunge anche Angelo Izzo, detenuto dal 1975 per i fatti del Circeo. Izzo afferma di aver raccolto in carcere le confidenze di Luigi Ciavardini, militante di Terza Posizione poi passato ai Nar, il quale avrebbe affermato che “l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Posizione e che il mandante era sicuramente Nanni de Angelis” (accusato di aver posizionato materialmente la bomba alla stazione di Bologna e poi scagionato, mentre Ciavardini fu condannato a trent’anni, n.d.r). Ancora supposizioni, indizi, congetture e sospetti non confermati ma di una verità processualmente rilevante nemmeno l’ombra. Carla Rina Verbano, la madre, oggi non c’è più e quegli occhi neri e grandi che ricordavano quelli di Valerio si sono chiusi per sempre, ma ha lasciato una forte eredità di “indagini”, colloqui con personaggi di spicco del terrorismo romano, non avendo mai trovato pace per non essere riuscita a evitare il peggio. Giustizia per Valerio era la sua missione. E fino alla fine ha continuato a sognare che, un giorno, gli assassini di suo figlio potessero suonare di nuovo alla sua porta e rispondere a un’unica, ossessiva domanda: perché? Riportiamo, di seguito, alcuni passaggi tratti da una delle ultime interviste concesse da Carla.
Il dossier che Valerio Verbano aveva realizzato, a tuo avviso, è l’unico motivo che ha portato all’omicidio o c’è dell’altro?
Il dossier non era in casa, non è possibile che non lo sapessero. La polizia aveva comunicato di averlo sequestrato e depositato presso il tribunale. La notizia era stata riportata da televisioni e giornali. Non voglio credere fossero degli sprovveduti. Forse cercavano altro, pensavano di trovare chissà cosa, altri documenti. Tuttavia, posso affermare con assoluta certezza che non c’era nient’altro. Nei giorni successivi alla perquisizione della polizia guardai bene in camera di Valerio Verbano, nei cassetti, nell’armadio, dappertutto.
Hai incontrato Fioravanti e la Mambro. Avevi cercato tu quell’incontro per chiedere chi aveva ucciso tuo figlio. Fioravanti disse di non sapere nulla. Ti sembra possibile che non sappiano nulla?
Non credo. Loro sanno ma proteggono qualcuno. Gli sarà stato detto di non fare nomi ma a me sembra francamente impossibile che non siano a conoscenza dei fatti. Nistri (membro di spicco di Terza Posizione, organizzazione neofascista italiana attiva dal 1976 al 1980, ndr), mi disse di aver fatto 16 anni di reclusione e che non avrebbe mai fatto il nome di nessuno perché in galera si sta male. Già quest’affermazione mi sembra significativa. Altri hanno attribuito la responsabilità alla Banda della Magliana. Certo, quando non si sa cosa dire è facile far riferimento sempre alla Banda, no? Può darsi, visto il supposto coinvolgimento in essa dei Nar, ma l’unica certezza che ho è che sanno e non parlano. Valerio, evidentemente, avrà pestato i piedi a persone molto in alto, chi lo sa.
Nel 2011 la Procura della Repubblica di roma decide di riaprire le indagini affermando di aver iscritto due nomi nel registro degli indagati; si tratterebbe di due militanti della destra romana, sconosciuti alle cronache del tempo. Il condizionale è d’obbligo anche per il movente; che dovrebbe essere relativo a una serie di vendette tra estremisti politici. Tuttavia, ancora tante supposizioni ma assolutamente nessuna certezza. Questo è il nostro Paese, quello delle verità negate, degli omicidi senza nome. Piazza fontana, Bologna, l’Italicus, Piazza della Loggia, Valerio Verbano! Carla, però, ha continuato la sua battaglia con rinnovato ottimismo, quello del cuore fino alla fine dei suoi giorni. Ora, a raccoglierne l’eredità morale ci sono tutti coloro che l’hanno sostenuta in questi anni e che reclamano sia fatta luce su un periodo tra i più controversi della nostra storia recente. Viceversa, sarà difficile giungere a quella definitiva riconciliazione auspicata da più parti, utile a chiudere i conti con il passato. In un’italia troppo concentrata sugli intrighi di palazzo, è dunque necessario recuperare la memoria storica di quegli anni che costituiscono la nostra identità più intima, quel bagaglio culturale che ci fa, oggi, ciò che siamo. Ripartire da essa è un dovere cui non ci si può sottrarre. È tempo di fare chiarezza, di svelare nomi, situazioni e responsabilità politiche e penali troppo a lungo taciute e di restituire a Valerio Verbano la pace dell’aldilà, senza se e senza ma.