Circa il 50% delle lingue globali è minacciato di estinzione, in parte a causa dell’intelligenza artificiale.

Quando si discute di estinzione, la mente va immediatamente a foreste devastate, specie animali minacciate o ecosistemi danneggiati. Tuttavia, esiste un’altra crisi globale che avanza quasi in modo impercettibile: quella delle lingue umane. Secondo le più recenti valutazioni dell’Atlante delle lingue in pericolo dell’Unesco, il 44% degli idiomi parlati nel è attualmente considerato a rischio, con 244 lingue già scomparse dal 1950.

Un dato notevole, soprattutto se si tiene conto che ogni lingua racchiude tradizioni, memorie, conoscenze e identità che non possono essere completamente tradotte in nessun altro sistema linguistico. Quando una lingua si estingue, non svanisce solo un modo di comunicare: si spegne una visione del mondo.

Lingue minoritarie e identità culturale: un legame profondo

Molte delle lingue a rischio appartengono a comunità indigene o minoranze storicamente emarginate. In numerosi casi, la loro estinzione è connessa a fenomeni di assimilazione culturale, discriminazione o perdita di fondamentali, come evidenziato in un articolo del Guardian da Sophia Smith Galer, giornalista e autrice di How to Kill a Language.

Negli Stati , per esempio, molte lingue native sono state eliminate nel corso degli anni insieme alle tradizioni delle popolazioni indigene. Oggi, diverse comunità stanno cercando di riappropriarsi della propria identità attraverso il ripristino dell’uso della lingua originaria.

Gli esperti parlano addirittura di “linguicidio”, un termine che si riferisce alla cancellazione intenzionale di una lingua. Non si tratta solo di una questione accademica: dietro ogni lingua perduta ci sono storie, legami familiari e interi patrimoni culturali destinati a svanire.

Con le lingue svaniscono anche conoscenze uniche

La perdita linguistica non riguarda solo la cultura. In molte zone del pianeta, le popolazioni locali possiedono terminologie e classificazioni che descrivono piante, animali e fenomeni naturali sconosciuti alla scienza occidentale fino a tempi recenti.

Alcune lingue custodiscono vocaboli intraducibili, legati alla medicina tradizionale, alla biodiversità o ai cambiamenti climatici osservati nel corso dei secoli. La loro estinzione comporta quindi anche una perdita di conoscenze ambientali e scientifiche. In esiste persino una Carta per la protezione delle lingue regionali e minoritarie, ma diversi Paesi, tra cui l’, non l’hanno mai ratificata in modo definitivo.

L’intelligenza artificiale rischia di aggravare la situazione

A rendere ancora più complesso il panorama c’è l’emergere dell’intelligenza artificiale generativa. I grandi modelli linguistici vengono addestrati principalmente sulle lingue predominanti presenti online, con una netta prevalenza dell’inglese. Questo implica che milioni di persone parlano idiomi praticamente assenti nei sistemi di IA.

Lingue diffuse in alcune aree dell’Africa, come il Wolaytta o il Kwangali, sono quasi invisibili nell’ecosistema digitale attuale. Gli studiosi definiscono queste realtà “Invisible Giants”: lingue parlate da milioni di individui ma escluse dai dati utilizzati per sviluppare chatbot, traduttori automatici e strumenti tecnologici del futuro.

La vera sfida: decidere cosa vogliamo preservare

La questione non riguarda solo il passato, ma il tipo di futuro che stiamo costruendo. Se internet, tecnologia e IA continueranno a favorire poche lingue globali, il rischio è quello di accelerare una standardizzazione culturale senza precedenti.

Preservare una lingua non significa solo mantenere parole antiche. Significa difendere il diritto delle persone a esprimersi nel proprio modo, con le proprie sfumature, i propri suoni e la propria memoria collettiva. Perché quando un idioma scompare, il mondo non diventa più semplice: diventa soltanto più povero.