
Tentontunic, CC BY-SA 3.0 , via Wikimedia Commons
Sono le 9 del mattino del 16 marzo 1978, all’angolo tra via Fani e via Stresa a Roma, le Brigate Rosse portano a termine il colpo più tragico e clamoroso della loro attività: il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro e lo sterminio della sua scorta.
Chi sono le BR?
Le prime domande che sorgono naturalmente quando si analizza la strage di via Fani sono: chi sono le Brigate Rosse? Quali motivazioni le spingono a compiere un atto di tale violenza?
Le Brigate Rosse costituiscono un’organizzazione terroristica fondata nel 1970 con l’intento di superare il conflitto di classe e l’inconciliabilità percepita tra le rivendicazioni del movimento operaio e i partiti, attraverso la lotta armata. Inizialmente, le loro azioni si manifestano principalmente attraverso attacchi dimostrativi all’interno delle fabbriche e sequestri di dirigenti industriali.
Tra il 1974 e il 1976, la maggior parte dei membri fondatori viene uccisa o arrestata. Durante questo periodo, sotto la direzione di Mario Moretti, il focus delle BR si espande, diventando lo stato stesso. Gli attacchi sono ora progettati per colpire la scena politica, composta dall’alleanza tra PCI e Democrazia Cristiana, e le forze di repressione. Citando le parole di Mario Moretti, il cambiamento di obiettivo avviene quando le BR comprendono che “il legame tra la proprietà industriale e lo stato è stretto, e non si può colpire uno senza colpire l’altro”. In un certo senso, l’intento diventa quello di giudicare lo stesso stato che sta giudicando i compagni del nucleo storico.
Le BR considereranno il rapimento di Aldo Moro come un “attacco al cuore dello stato”, rappresentante di un sogno di rivalsa proletaria. Tuttavia, come riportato nella prefazione del libro “Brigate rosse: una storia italiana”, la classe operaia, pur mostrando simpatia verso le Brigate Rosse, non è identificabile con esse e non sempre condivide le modalità violente adottate da questo gruppo terroristico. Infatti, il sequestro di Moro lascerà gli operai in silenzio, evidenziando ulteriormente la tragica condizione di isolamento di questa classe, che non trova autentica rappresentanza né nei partiti né nelle Brigate Rosse.
La preparazione dell’agguato
L’agguato contro Aldo Moro e la sua scorta non è un’operazione semplice e richiede una preparazione meticolosa. Prima di tutto, la colonna romana delle BR deve individuare un luogo idoneo per il sequestro. I sopralluoghi saranno effettuati principalmente da Adriana Faranda e Valerio Morucci.
La prima informazione utile in possesso delle BR concerne l’abitudine di Aldo Moro di recarsi ogni mattina a pregare nella chiesa di Santa Chiara. Questo inizialmente sarà il luogo dove le brigate pianificano il sequestro. Tuttavia, dopo aver effettuato alcuni sopralluoghi, si rendono conto che questo sito non è appropriato. Infatti, nelle vicinanze si trova un asilo; quindi, se la scorta di Moro dovesse aprire il fuoco, c’è il rischio di colpire dei bambini. A questo si aggiunge la difficoltà di fuggire senza essere notati dalla scorta, che compra sempre il giornale presso l’edicola vicino all’uscita della chiesa.
La seconda opzione, essendo Aldo Moro un professore universitario, è l’aula universitaria. Tuttavia, questo luogo apparirà poco adatto, poiché, essendo considerati pericolosi, gli studenti fanno sì che la scorta di Aldo Moro sia sempre in allerta nel contesto universitario.
Per questi motivi, la scelta finale ricade sull’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa, dove il presidente della DC passa ogni mattina in macchina per recarsi alla chiesa di Santa Chiara. Una cosa è certa, poiché il rapimento avverrà in strada, sarà necessario aprire il fuoco contro tutti i poliziotti della scorta per poter catturare Moro. Inoltre, anche questo luogo presenta delle problematiche: in particolare, qui è presente ogni mattina un fioraio ambulante che sicuramente verrebbe colpito durante la sparatoria. Tuttavia, questa difficoltà è facilmente risolvibile, basterà, nel giorno previsto per il sequestro, forargli le ruote dell’automobile in modo che arrivi in ritardo al lavoro.
Stabilito il luogo, le BR iniziano a pianificare l’azione e si rendono conto che saranno necessari undici brigatisti per completarla. Poiché i militanti della colonna romana non sono sufficienti, verranno convocati un brigatista da torino (Raffaele Fiore) e uno da milano (Franco Bonisoli), che partiranno in treno subito dopo l’azione.
La strage
Ogni militante è un ingranaggio di un meccanismo progettato con grande attenzione. Mario Moretti si trova in una 128 bianca che rimane parcheggiata in via Fani. Un’altra compagna, Rita Algranti, è incaricata di fare da vedetta e lo avvisa quando le auto del presidente e della scorta stanno per avvicinarsi.
Quando arrivano le vetture del presidente Moro e della scorta, Mario Moretti deve entrare in strada davanti a loro e fermarsi allo stop (l’incrocio tra via Fani e via Stresa). Qui i quattro brigatisti incaricati di sparare (Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore e Franco Bonisoli), travestiti da piloti dell’Alitalia per non destare sospetti e per nascondere facilmente le armi sotto gli impermeabili, iniziano a fare fuoco. Vengono uccisi tutti e cinque gli uomini della scorta: Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Domenico Ricci e Oreste Leonardi.
Allo stop aspettano altre tre auto, una guidata da Bruno Seghetti, pronta a caricare Moro, e altre due destinate a trasportare i quattro brigatisti che hanno sparato alla scorta. A bordo di una di queste due viaggiano Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, mentre l’altra è guidata da Barbera Balzerani.
La fuga
L’azione si svolge nel giro di tre minuti e tutti i brigatisti riescono a scappare. Aldo Moro viene portato nel luogo che sarà teatro della sua prigionia per i successivi 55 giorni, l’appartamento di via Montalcini numero 8. Questo appartamento è stato acquistato nei mesi precedenti dalla compagna Anna Laura Braghetti, che vive qui con Germano Maccari, il quale ha assunto un’identità fittizia: è noto come l’ingegner Luigi Altobelli. I due appaiono come una normale giovane coppia e si sono perfettamente integrati nel quartiere, risultando così insospettabili. Nello studio dell’appartamento è stato creato un box, occultato in modo perfetto dall’arredamento, dove verrà nascosto Aldo Moro.
Per approfondire le fasi di preparazione e attuazione della strage di via Fani, consigliamo di ascoltare l’affascinante conferenza del professor Barbero sull’argomento.
I 55 giorni: le lettere di Aldo Moro e la linea della fermezza
Le informazioni sui 55 giorni di prigionia di Aldo Moro provengono dal memoriale che egli redige durante la sua detenzione e dalle lettere che scrive alla famiglia, ai compagni di partito e al papa. Inoltre, le testimonianze dello stesso Mario Moretti, che sarà l’unico interlocutore di Aldo Moro in questi giorni, possono aiutarci a ricostruire questo periodo.
La prima lettera scritta da Aldo Moro è indirizzata al ministro dell’interno Francesco Cossiga. Nonostante la richiesta di riservatezza di Moro, i rapitori la inviano in fotocopia ai giornali. Già a partire da questa prima missiva, i giornali e la DC reagiranno dichiarando che il presidente non sembra nel pieno delle sue facoltà, che forse è stato drogato o che sta scrivendo sotto dettatura. Questi saranno i primi segnali che faranno intuire la linea che sarà successivamente adottata dalla DC: la linea della fermezza.
Col passare dei giorni diventa sempre più evidente che la DC non intende cedere alle condizioni delle BR, ovvero la liberazione dei compagni detenuti. Lo stato non vuole apparire debole e non desidera cedere ai ricatti dei terroristi. Nel frattempo, si susseguono ricerche e indagini senza successo.
In sintesi, Aldo Moro si trova a vedere allontanarsi uno ad uno tutti i suoi amici e compagni di partito, la sua rabbia e disperazione crescono, tanto che in una delle ultime lettere indirizzate a Zaccagnini scrive: “Il mio sangue ricadrà su di voi e sul partito”.
Papa Paolo VI: i tentativi di trattativa sotterranei
Non mancheranno i tentativi di trattativa segreta: Papa Paolo VI, molto amico di Moro, cercherà, d’accordo con il governo, di offrire ai rapitori un ingente riscatto, ma senza alcun risultato. Le Brigate Rosse non sono interessate al denaro, ma al principio, cioè al riconoscimento ufficiale da parte della DC dello stato di prigionieri politici dei compagni in carcere.
In sede ufficiale, il papa si allinea con la posizione della DC. Mario Moretti ricorda una lettera che Paolo VI invierà alle Brigate Rosse in cui, nonostante il tono accorato, il pontefice comunica che non è disposto a soddisfare in alcun modo le richieste dei rapitori: “lasciatelo senza condizioni”. Il brigatista racconta la disperazione di Aldo Moro che in quel momento si rende conto che sia lo stato che il pontefice hanno deciso che è meglio condannarlo a morte piuttosto che trattare con i terroristi.
La tragica condizione di Aldo Moro, che lentamente si rende conto che sarà solo lui a pagare per le malefatte dell’intera DC, è narrata in modo molto efficace dal film di Bellocchio “Esterno notte” uscito nel 2022.
Il covo di via Gradoli
L’unico successo delle indagini sarà l’individuazione del covo delle BR in via Gradoli il 18 aprile 1978. Al momento dell’irruzione della polizia, Mario Moretti e Barbara Balzerani non sono in casa e riescono quindi a sfuggire.
Attorno all’individuazione del covo di via Gradoli sono sorte molte teorie contrastanti. Questo luogo viene scoperto per caso, in seguito alle lamentele degli abitanti del piano di sotto riguardo a una perdita d’acqua che aveva causato infiltrazioni nel soffitto. Come racconteranno in seguito gli stessi brigatisti, Barbara Balzerani era molto distratta e aveva dimenticato aperto il rubinetto della doccia. Tuttavia, le speculazioni sul motivo per cui l’acqua fosse aperta si sono sprecate.
Un dato interessante riguardante questo ritrovamento è che il nome “Gradoli” era già emerso qualche tempo prima. In particolare, Romano Prodi, politico e docente universitario di bologna, aveva raccontato che lui e altri professori avevano condotto una seduta spiritica, chiedendo dove si trovasse Aldo Moro. Il nome che era emerso sulla tavoletta era proprio “Gradoli”. Secondo quanto si racconta, gli investigatori cercarono senza successo il covo nel comune viterbese con questo nome. Poi, considerando che si potesse trattare di una via, nessuno ricordava una strada di roma con quel nome. Si decise quindi di abbandonare la pista.
Anche questo episodio ha generato ampie discussioni. In sostanza, si è ipotizzato che Prodi conoscesse il nome della strada in cui si trovava il covo, perché doveva averlo sentito durante le sue attività all’Università di Bologna. Secondo questa teoria, non volendo rivelare direttamente come fosse giunto a questa informazione, Prodi avrebbe inventato l’escamotage della seduta spiritica.
Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro
Il tragico epilogo del caso Moro avviene il 9 maggio 1978, quando i brigatisti uccidono il presidente della DC e mettono il cadavere nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Michelangelo Caetani, a breve distanza dalle sedi sia della DC che del PCI. Il ritrovamento dell’auto da parte della polizia avverrà lo stesso giorno.
La decisione non è presa con leggerezza dai brigatisti. Adriana Faranda e Valerio Morucci rimarranno contrari fino alla fine all’uccisione di Aldo Moro. Lo stesso Moretti il 30 aprile 1978 chiama la moglie di Moro per esortarla a fare pressione sui vertici della DC affinché accettino di trattare, salvando così la vita al presidente. Tuttavia, la decisione di ucciderlo verrà presa a maggioranza dalle BR, che non vogliono apparire sottomesse nei confronti dello stato.
I funerali, secondo il volere dello stesso Moro, si celebrano in forma privata. Ci sarà anche una celebrazione pubblica nella basilica di San Giovanni in Laterano, ma senza il feretro.
Negli anni successivi, anche se a tempi diversi, tutti i brigatisti