È stato arrestato Ciro Andolfi, latitante della Camorra

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L’operazione scatta all’alba, nel cuore del quartiere Barra, nella zona orientale di Napoli. In poche decine di minuti, i carabinieri del Nucleo Investigativo circondano un condominio apparentemente anonimo. Quando i militari entrano nell’appartamento, nulla lascia immaginare la presenza di un ricercato. Eppure, dietro una parete in muratura, si nasconde il latitante che sfuggiva alla cattura da tre anni: Ciro Andolfi, 49 anni, considerato un esponente di peso del clan di camorra attivo nella stessa area.

Il nascondiglio dietro il muro

Durante la perquisizione, gli investigatori notano un’anomalia nel rivestimento di una parete. Il termosifone fissato al muro in realtà copre un varco: dietro, un vano stretto ma organizzato, attrezzato per ospitare una permanenza prolungata.

È lì che Ciro Andolfi tenta l’ atto di invisibilità. Non oppone resistenza: sa che la fuga è terminata. Il nascondiglio, costruito su misura per proteggere movimenti e comunicazioni, testimonia il livello di copertura su cui il latitante contava.

La cattura di Ciro Andolfi non è frutto del caso. L’attività investigativa è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e sostenuta dal Comando Provinciale dei Carabinieri, con il supporto di reparti specializzati.

L’arresto rientra in una strategia più ampia di pressione sulle reti criminali, e rappresenta — sottolineano gli inquirenti — il ventiduesimo latitante assicurato alla giustizia in un solo anno. Numeri che raccontano una linea operativa precisa: sottrarre ai clan figure ritenute centrali nei meccanismi di gestione del potere e del denaro.

Il profilo: dal clan al ruolo operativo

Secondo gli investigatori, Ciro Andolfi è legato al gruppo camorristico noto come “Andolfi-Cuccaro”, storicamente radicato nell’area orientale del capoluogo. La sua figura viene descritta come quella di un uomo di fiducia, capace di muoversi tra le logiche estorsive, la gestione del territorio e i rapporti con altri segmenti della criminalità organizzata.

Negli anni, il suo nome è entrato nell’elenco dei “100 latitanti più pericolosi” del Ministero dell’Interno, segno di una pericolosità considerata elevata e di un ruolo tutt’altro che marginale.

Su Ciro Andolfi pendeva un ordine di carcerazione emesso dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Napoli. La pena residua da scontare è significativa: 8 anni, 3 mesi e 10 giorni di reclusione.

I reati contestati riguardano associazione di tipo mafioso, aggravata dal metodo mafioso e corruzione. È un mosaico di accuse che racconta il funzionamento economico e intimidatorio del clan: richiesta di denaro, controllo del territorio, relazioni illecite con apparati e intermediari.

Tre anni nell’ombra

Dal 2022, Ciro Andolfi aveva fatto perdere le proprie tracce. Non spostamenti spettacolari, ma una latitanza “silenziosa”, fatta di appoggi fidati e rifugi discreti. Il covo scoperto a Barra conferma una scelta di prossimità: rimanere vicino al territorio d’influenza, contando su una rete di complicità.

Per gli investigatori, proprio questa vicinanza ha rappresentato il punto debole del latitante: i movimenti, pur limitati, hanno finito per disegnare una traccia.

Il significato della cattura

L’arresto di Ciro Andolfi ha un valore che va oltre il singolo caso. Per le forze dell’ordine, è un messaggio diretto ai clan: nessun livello di protezione è definitivo.

Per il territorio, è un segnale di presenza dello Stato in un’area spesso raccontata solo per cronache di e illegalità. La cattura smantella un simbolo e al tempo stesso rafforza l’azione di chi, quotidianamente, lavora per liberare quartieri e attività economiche da pressioni e minacce.

Concluso il trasferimento in carcere, si apre ora la fase del pieno adempimento della pena. Parallelamente, proseguono gli accertamenti su eventuali appoggi e facilitatori che avrebbero consentito la latitanza.
Gli inquirenti ritengono che la rete intorno al latitante possa aver garantito logistica, rifornimenti e coperture: elementi che potrebbero tradursi in nuove indagini e responsabilità.

Per Barra e per l’area orientale di Napoli, la fine di questa latitanza non chiude tutte le ferite. Ma indica, con chiarezza, che il sistema può essere colpito, smontato, sottratto pezzo dopo pezzo alla sua presunta invincibilità.

Lucrezia Agliani