Più di vent’anni dopo l’omicidio di Antonino Pellicane rimasto senza colpevoli, una nuova indagine rimette in moto la macchina della giustizia e illumina un capitolo oscuro della lunga stagione delle faide mafiose palermitane. Attraverso testimonianze riemerse solo di recente, riscontri tecnici e una fitta rete investigativa, la morte del ferramenta Antonino Pellicane — finora un doloroso vuoto giudiziario — torna al centro della scena giudiziaria con un quadro accusatorio finalmente definito.
Una guerra sotterranea che non si è mai davvero conclusa
Il nuovo fascicolo sul caso Antonino Pellicane si inserisce nel solco di una ferita storica: la frattura interna alla famiglia mafiosa di Villabate, un’oscura rivalità che, nata negli anni Ottanta, ha continuato a produrre vendette e controvendette fino ai primi anni Duemila. Più che un semplice scontro tra clan, si trattò di una lotta intestina che ridisegnò gerarchie, fedeltà e posizionamenti nel mandamento.
In questo clima, raccontano oggi gli inquirenti, anche figure apparentemente estranee alla criminalità organizzata potevano diventare bersagli. Antonino Pellicane, noto commerciante di Misilmeri e privo di precedenti penali, sarebbe stato coinvolto suo malgrado, collocato dagli investigatori in una delle due fazioni nemiche della corrente filocorleonese che all’epoca dettava legge.
Il giorno dell’agguato: una vittima in mezzo al fuoco incrociato
La ricostruzione resa possibile dalle nuove testimonianze indica che il 30 agosto 2003 non fu un episodio isolato, ma il culmine di una tensione rimasta latente per anni. Antonino Pellicane venne raggiunto da colpi d’arma da fuoco nei pressi di Corso dei Mille, in un momento e luogo studiati per colpire senza lasciare testimoni.
All’epoca le indagini si arenarono rapidamente: mancanza di dichiarazioni, omertà diffusa, un contesto troppo complesso per essere decifrato senza nuovi elementi. Per vent’anni, quel dossier rimase sospeso, un cold case archiviato nella memoria collettiva come uno dei tanti delitti della stagione mafiosa palermitana.
Tra il 2024 e il 2025, un collaboratore di giustizia decide di raccontare ciò che per decenni era rimasto confinato nel silenzio. Non solo indica nomi e responsabilità, ma offre un quadro coerente delle dinamiche interne a Villabate, incastrando tasselli rimasti per anni senza collocazione.
Il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di palermo — supportato dai militari di napoli e Cuneo per la fase operativa — avvia così una nuova indagine, incrociando le dichiarazioni del pentito con quelle di altri collaboratori. Le versioni risultano convergenti e credibili, tanto da convincere la Direzione Distrettuale Antimafia a chiedere misure restrittive per tre soggetti ritenuti esponenti storici della famiglia mafiosa.
Gli arresti: tre uomini nel mirino della DDA
L’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal Gip di Palermo, colpisce tre uomini oggi tra i 52 e i 65 anni, tutti già conosciuti dalle forze dell’ordine. Due si trovavano già in carcere per altre vicende. L’accusa è pesantissima: concorso in omicidio premeditato, aggravato dal metodo mafioso e finalizzato ad agevolare Cosa Nostra.
Secondo gli inquirenti, il loro ruolo nel mandamento di Villabate e le alleanze interne dell’epoca avrebbero determinato la scelta del bersaglio e l’organizzazione dell’agguato.
Intercettazioni e rapporti mai recisi
Un elemento decisivo che ha rafforzato l’impianto accusatorio è costituito dalle intercettazioni più recenti. Gli investigatori hanno documentato che i rapporti tra i tre indagati sono rimasti saldi negli anni, nonostante detenzioni, trasferimenti e mutamenti nel panorama mafioso.
Questo dato — spiegano dalla DDA — non solo conferma la solidità del gruppo, ma mostra che l’intreccio di relazioni interne a Villabate non si è mai dissolto davvero, mantenendo una continuità che rende plausibile la ricostruzione offerta dai pentiti.
Un caso che cerca giustizia
La convergenza tra testimonianze e prove tecniche consente oggi di riaprire definitivamente un caso che per lungo tempo era rimasto avvolto dall’ombra. Per la famiglia di Antonino Pellicane, per gli abitanti di Misilmeri e per gli inquirenti che per anni hanno cercato la verità, questa svolta rappresenta un passo significativo verso la giustizia.
È anche un monito: i delitti mafiosi, anche quelli sepolti da decenni, possono tornare a parlare quando la catena del silenzio si incrina.
La vicenda di Antonino Pellicane non è solo il recupero di un fascicolo dimenticato: è la riemersione di una stagione di violenza e potere che ancora oggi getta ombre sulla storia recente della sicilia. E dimostra che, quando i tasselli vengono rimessi al loro posto, anche dopo vent’anni la verità può trovare spazio tra le crepe del tempo.