La decisione della Giunta regionale guidata da Alberto Cirio di rifinanziare il fondo “Vita Nascente” per il biennio 2025-2026 ha riacceso uno scontro politico e culturale che va oltre i confini del Piemonte. Il provvedimento, promosso dall’assessore alle Politiche sociali Maurizio Marrone (Fratelli d’Italia), nasce con l’obiettivo dichiarato di “sostenere la maternità e la tutela della vita nascente”. Ma dietro la formula ufficiale si celano tensioni profonde che toccano i temi dell’autodeterminazione, della libertà di scelta e del ruolo dello Stato nelle scelte riproduttive delle donne.
Il fondo “Vita Nascente”, inizialmente di un milione di euro, è stato incrementato a 1,6 milioni: 940mila euro destinati a progetti di associazioni del terzo settore e 660mila ai servizi socio-assistenziali. Una redistribuzione che ha immediatamente sollevato proteste da parte delle opposizioni e dei collettivi femministi, convinti che si tratti di un uso distorto delle risorse pubbliche per finalità ideologiche.
Un fondo sotto accusa
Le prime perplessità riguardano la gestione dei fondi e la mancanza di trasparenza nei rendiconti. Secondo quanto denunciato dal Movimento 5 Stelle e dalla rete “Più di 194 voci”, molte associazioni beneficiarie – in gran parte Centri di Aiuto alla Vita legati al Movimento per la Vita – avrebbero ricevuto contributi uguali tra loro, indipendentemente dai progetti presentati o dal numero di donne seguite.
Le analisi effettuate sui primi due anni di attività mostrano spese poco documentate. In molti casi, i rendiconti mancano di dettagli fondamentali: non vengono specificate età, nazionalità o stato di gravidanza delle donne assistite. Le relazioni, spesso generiche, rendono impossibile capire se gli aiuti abbiano effettivamente ridotto i casi di interruzione di gravidanza per motivi economici.
Un altro punto critico riguarda la scelta di affidare a enti privati un compito che, secondo l’opposizione, dovrebbe restare in capo ai servizi pubblici: accompagnare e sostenere le donne in difficoltà economica e familiare. Per molte esponenti della minoranza, questa esternalizzazione rappresenta una delega ideologica, volta più a “convincere” che a sostenere.
Le voci del dissenso femminista
Tra le più dure critiche si levano quelle del collettivo Non Una Di Meno e delle esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra, Alice Ravinale e Valentina Cera, che parlano apertamente di un progetto “antiabortista mascherato da misura sociale”. “Quando un aiuto economico nasce per indirizzare una scelta e non per garantirne la libertà – affermano – non si chiama sostegno, ma controllo”.
Le attiviste denunciano il rischio che le risorse pubbliche vengano sottratte a interventi strutturali contro la povertà e la violenza di genere, per finire invece nel circuito no choice di associazioni che operano con un chiaro orientamento ideologico. “Senza un piano per rafforzare i consultori pubblici, per creare asili nido gratuiti o per combattere la precarietà femminile, parlare di libertà di scelta è un’illusione”, sottolineano.
La difesa della Giunta: “Sostenere la vita, non la propaganda”
Di tutt’altra opinione la maggioranza di centrodestra, che rivendica la bontà del progetto. La consigliera regionale di Fratelli d’italia Paola Antonetto ha parlato di “una rete viva e solidale che ha accompagnato oltre 800 donne, tra gestanti e neomamme, attraverso percorsi personalizzati di ascolto e sostegno”.
Per Antonetto e Marrone, il fondo “Vita Nascente” rappresenta “un gesto di civiltà, un impegno concreto per chi vuole portare avanti una gravidanza ma si trova in difficoltà”. La contrapposizione, tuttavia, resta profonda: ciò che per la Giunta è “tutela della vita”, per le opposizioni è “un passo indietro sui diritti delle donne”.
Tra simbolo politico e questione di diritti
Al di là dei bilanci e delle rendicontazioni, “Vita Nascente” è diventato un simbolo politico di un più ampio scontro di visioni. Da un lato, chi invoca la difesa della maternità come valore sociale e nazionale; dall’altro, chi teme un ritorno a politiche paternalistiche che minano l’autonomia femminile.
Le proteste dei movimenti femministi non sono solo contro un fondo, ma contro un modello culturale che – dicono – tende a subordinare la libertà di scelta al concetto di “vita da proteggere”, spostando l’attenzione dai diritti delle donne alla loro “funzione materna”. In un contesto di welfare indebolito e di servizi pubblici sottofinanziati, queste scelte politiche rischiano di trasformare il sostegno in propaganda.
Il rifinanziamento del fondo “Vita Nascente” non è solo una misura economica: è un segnale politico che definisce il modo in cui una società sceglie di guardare alle donne, alla maternità e alla libertà. Tra aiuti reali e derive ideologiche, il dibattito piemontese tocca il cuore stesso della democrazia: il diritto all’autodeterminazione.