Il genere è un insieme di gesti, abitudini, ruoli che si ripetono fino a sembrare naturali. In questo solco si inserisce una nuova figura, quella del maschio performativo, che promette rottura ma rischia di diventare un semplice rebranding del patriarcato.
Quando si parla di genere si pensa spesso a una natura che appartiene a ciascuno di noi e che ci caratterizza in quanto uomini e donne. Parlare di maschile e femminile significa non solo riferirsi ad ovvie differenze biologiche che contraddistinguono i nostri corpi, ma anche ad abitudini, presunte propensioni o abilità innate, modi di vestire, di parlare, di occupare lo spazio.
Questa modalità di concepire il genere ha contribuito al cristallizzarsi di tutti quegli stereotipi che conosciamo bene e che sono alla base delle società odierne. Il nostro genere di appartenenza influenza in maniera pervasiva la nostra persona: il modo di relazionarci, le aspettative che gli altri hanno su di noi e quelle che noi abbiamo di loro.
La differenza biologica porta quindi con sé un vero e proprio bagaglio di attitudini che siamo portati a considerare come essenziali e pre-culturali.
Negli ultimi anni si è molto parlato del cosiddetto maschio performativo: quell’uomo che, attraverso la messa in scena di una vera e propria performance, rimarca con un’aria intellettualizzata i solidi e ormai ben radicati stereotipi patriarcali. Questa figura, inizialmente diffusa sui social, rinnega esplicitamente tutti i tratti e l’estetica del maschio tradizionale per performare nei panni dell’uomo decostruito.
Si potrebbe riflettere a lungo su questa figura, e su come, nonostante le apparenze, abbia ben poco a che fare con un’affiliazione ad un qualche tipo di ideale rivoluzionario.
D’altro canto, una delle questioni più interessanti che emerge da questa questione è proprio il nome che è stato attribuito a questo nuovo attore sociale. Si rimanda perfettamente all’idea della performance, come di un’adesione ad un’estetica, ad un modello di comportamento e di vita ben preciso.
Contro tutte le concezioni tradizionali la filosofa Judith Butler nelle sue riflessioni sul sesso e sui corpi rivoluziona l’idea classica di ciò che per millenni abbiamo inteso come una caratteristica degli esseri umani non filtrata socialmente.
L’intuizione della filosofa è che ognuno di noi mette continuamente in scena una serie di atti ripetuti, performativi, che danno l’impressione di un’identità apparentemente naturale. Il genere diviene una costruzione sociale, un insieme di atti culturalmente determinati, che con le loro reiterazioni simulano una naturalità di fondo. Questa performance non è necessariamente intenzionale: esistono momenti di resistenza e di contrapposizione, tramite i quali è possibile mettere in luce l’artificiosità di un fenomeno costruito.
Se per Butler questa tesi ha un che di liberatorio ed è spinta alla decostruzione reale di ruoli e stereotipi, la nuova performance maschile sembrerebbe non essere altro che un rebranding del patriarcato. Se il genere consiste in una serie di atteggiamenti, comportamenti, modi di vestire e di parlare, l’uomo performativo è colui che sembrerebbe sfruttare questi tratti con finalità “predatorie”.
Secondo Butler tutte quelle caratteristiche a lungo considerate come intrinsecamente connesse al genere di appartenenza non sarebbero altro che costruzioni culturali, o abiti sociali, di cui ognuno di noi si vestirebbe ogni giorno. La nostra sostanza di uomini e donne non esisterebbe dunque come un fatto naturale, quanto piuttosto come un’illusione frutto di performance continue.
Questa ipotesi si contrappone radicalmente a molti degli ideali che hanno contraddistinto, e che ancora oggi contraddistinguono, la società occidentale. Proporre un’ipotesi di questo tipo significa mettere in risalto la ridicolezza dei macigni sociali che ognuno di noi porta con sé quotidianamente.
Secondo la filosofa, proprio attraverso l’ironia è possibile mettere in discussione i panni che noi stessi impersoniamo. Attraverso giochi linguistici siamo in grado di smascherare le realtà nascoste, ma sempre presupposte del nostro modo di esprimerci. Non è una casualità che qualcosa di estremamente naturale come il ciclo mestruale, sia stato descritto a lungo come il “problema” femminile. Tramite un’analisi approfondita dei termini che utilizziamo per parlare di genere e di sesso, emerge una chiara componente culturale nascosta dietro etichette presuntivamente ovvie e immutabili.
I nostri modi di dire il mondo ci dicono qualcosa anche del modo in cui lo pensiamo. Le strutture linguistiche che utilizziamo sono tutt’altro che neutre: il modo di esprimere qualcosa si trascina dietro millenni di strutture concettuali e a sua volta contribuisce alla nostra comprensione della realtà.
Per parlare dell’umanità ci si riferisce all’Uomo: il maschile ha sempre rappresentato l’universale, il femminile “ciò che non è maschile”, l’altro. Simone de Beauvoir ha, difatti, parlato della donna come dell’altro sesso, come dello scarto che rimane da ciò che è archetipico. La donna è, anche linguisticamente, ciò che si oppone, la parte che rimane fuori da un linguaggio maschile. C’è una regolarità maschile premessa non solo nei nostri modi di parlare, ma negli stessi ruoli che impersoniamo ogni giorno.