Retribuzioni percepite dalle architette, gender gap

Retribuzioni percepite dalle architette, gender gap 2

Nel mondo dell’architettura italiana la presenza femminile è ormai consolidata da anni, sia negli studi professionali sia nelle strutture pubbliche e private. Tuttavia, sul piano economico la situazione racconta una storia diversa: il livello delle retribuzioni percepite dalle architette continua a essere significativamente inferiore rispetto a quello dei colleghi uomini. Il divario riguarda tanto il lavoro dipendente quanto l’attività professionale autonoma, mostrando come la parità formale di accesso alla professione non si traduca ancora in un equilibrio reale nei redditi.

A fotografare questa situazione è un’indagine dedicata alla posizione delle nel settore dell’architettura italiana, realizzata dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC). Lo studio offre un’analisi dettagliata delle condizioni economiche e professionali delle architette, mostrando differenze che, nonostante i progressi culturali e normativi degli ultimi decenni, rimangono profonde.

Le fasce di reddito più elevate: una minoranza femminile

Uno degli indicatori più evidenti del divario riguarda la distribuzione dei redditi nelle fasce più alte. Nel campione analizzato, la quota di architette che supera i 60mila euro di reddito annuo risulta estremamente limitata. Solo il 2,4% delle professioniste riesce a collocarsi in questo segmento, mentre tra gli uomini la percentuale supera il 6%.

Questo dato rivela una difficoltà strutturale per le donne nel raggiungere i livelli più elevati di guadagno nella professione. La distanza non si limita quindi a una differenza media di reddito, ma emerge con chiarezza proprio nella fascia più alta, quella che rappresenta il vertice economico della categoria.

La minore presenza femminile in questo livello può essere collegata a diversi fattori: dalla minore presenza in ruoli dirigenziali negli studi di grandi dimensioni fino alla difficoltà di accedere a incarichi particolarmente remunerativi. Inoltre, la carriera delle professioniste può essere più frequentemente segnata da interruzioni o rallentamenti dovuti a fattori familiari o sociali, che incidono sulla progressione economica nel lungo periodo.

Il lavoro autonomo amplifica le disuguaglianze

Se la differenza retributiva appare evidente nel lavoro dipendente, la situazione diventa ancora più marcata nel settore dell’attività autonoma, tradizionalmente molto diffuso tra gli architetti italiani.

In questo ambito, la quota di uomini che raggiunge i livelli di reddito più elevati si avvicina al 20%. Tra le donne, invece, la percentuale si ferma al 7,6%. Il dato mette in luce uno squilibrio particolarmente significativo, che suggerisce come l’autonomia professionale, pur offrendo opportunità di crescita, non garantisca alle architette le stesse possibilità di affermazione economica dei colleghi.

Le ragioni possono essere molteplici. La costruzione di una rete di clienti e di relazioni professionali richiede spesso tempo e continuità, due fattori che possono essere più difficili da mantenere in presenza di carichi familiari più elevati. Inoltre, alcuni incarichi di grande rilevanza economica continuano a essere affidati prevalentemente a studi guidati da uomini o a team professionali in cui la leadership maschile rimane dominante.

Le difficoltà nelle fasce di reddito più basse

Il divario di genere non riguarda soltanto i livelli più alti di reddito. Anche nella parte opposta della distribuzione emergono differenze significative. Tra le professioniste autonome coinvolte nell’indagine, il 18,2% si colloca nella fascia di reddito più bassa. Tra gli uomini, invece, la percentuale si riduce al 14,9%.

Questa differenza indica che le donne sono più esposte al rischio di guadagni limitati o di una condizione economica più fragile. In altre parole, non solo raggiungono con minore frequenza i livelli di reddito più elevati, ma risultano anche più presenti nelle categorie economicamente più vulnerabili.

La doppia polarizzazione – minore presenza ai vertici e maggiore concentrazione nei redditi più bassi – rappresenta uno degli elementi più critici della situazione attuale.

Una professione sempre più femminile

Il paradosso emerge con maggiore evidenza se si considera che la presenza delle donne nel settore dell’architettura è cresciuta costantemente negli ultimi decenni. Le facoltà universitarie registrano ormai una partecipazione femminile molto elevata, spesso pari o superiore a quella maschile. Anche l’accesso agli ordini professionali riflette questa tendenza.

In teoria, quindi, le nuove generazioni di architette dovrebbero essere in di ridurre progressivamente il divario. Tuttavia, i dati mostrano che la maggiore presenza numerica non si traduce automaticamente in una maggiore equità economica.

Il problema non riguarda solo la fase iniziale della carriera, ma si manifesta lungo tutto il percorso professionale. Molte architette incontrano ostacoli nel consolidare il proprio studio, nel raggiungere ruoli di responsabilità o nel gestire incarichi di grande scala.

Le cause del divario

Analizzando il fenomeno nel suo complesso, emergono alcune cause ricorrenti. Una delle più citate riguarda la distribuzione dei ruoli all’interno degli studi professionali. Le posizioni di direzione o di titolarità di studi strutturati restano ancora in larga misura appannaggio degli uomini.

Un altro elemento riguarda la costruzione delle reti professionali. In molti ambiti dell’architettura – dalle grandi opere pubbliche alle collaborazioni con imprese di costruzione – le relazioni personali e professionali svolgono un ruolo decisivo nell’assegnazione degli incarichi. Se le donne hanno meno accesso a queste reti, le opportunità di crescita economica risultano inevitabilmente più limitate.

Anche la dimensione culturale continua a esercitare un’influenza significativa. Nonostante i cambiamenti sociali, alcune dinamiche professionali restano influenzate da modelli tradizionali di leadership e di organizzazione del lavoro.

Il peso della conciliazione tra lavoro e vita privata

Un fattore determinante riguarda la gestione del tempo e delle responsabilità familiari. La professione di architetto richiede spesso disponibilità prolungata, scadenze serrate e una forte presenza sul campo, soprattutto nella fase di realizzazione dei progetti.

Per molte professioniste la conciliazione tra lavoro e vita privata può rappresentare una complessa. Questo aspetto non riguarda esclusivamente l’architettura, ma in una professione caratterizzata da forte competizione e da incarichi spesso legati a tempi di consegna rigidi può avere effetti particolarmente evidenti sulla carriera. Le interruzioni o i rallentamenti nella progressione professionale possono tradursi nel tempo in un divario economico sempre più ampio rispetto ai colleghi.

Tuttavia, la crescente visibilità di architette affermate, impegnate in progetti di rilievo nazionale e internazionale, dimostra che il talento non ha genere.

Il futuro della professione

Il tema della parità economica nell’architettura non riguarda solo la giustizia sociale, ma anche il futuro della professione. Ridurre il divario retributivo significa quindi non solo garantire condizioni più eque, ma anche rendere la professione più attrattiva per le nuove generazioni.

Patricia Iori