Pechino contro la Chiesa di Zion: arrestato il pastore

Pechino contro la Chiesa di Zion: arrestato il pastore 2

Un nuovo episodio di repressione religiosa scuote la Cina. Le autorità di Pechino hanno arrestato una trentina di membri della Chiesa di Zion, una delle più note comunità protestanti non ufficiali del Paese, accusandoli di attività illegali online. L’operazione si inserisce in un contesto di crescente controllo statale sulle organizzazioni religiose indipendenti, in linea con la politica di “sinicizzazione” promossa dal presidente Xi Jinping. Il caso riapre il dibattito internazionale sul limite tra sicurezza interna e libertà di culto nella seconda potenza mondiale.

Una vasta operazione coordinata contro le “chiese domestiche”

La ha avviato una nuova campagna repressiva contro la comunità protestante non ufficiale nota come Chiesa di Zion, una delle più grandi congregazioni cristiane indipendenti del Paese. Secondo fonti di organizzazioni per i religiosi, una trentina di persone tra pastori, membri dello staff e fedeli sono state arrestate in almeno sei città, tra cui Pechino, Shanghai, Chengdu e Beihai.

L’operazione contro la Chiesa di Zion, iniziata il 9 ottobre, è stata descritta da China Aid, ong con sede negli , come “la più estesa e coordinata ondata di persecuzioni contro una chiesa sotterranea in Cina degli ultimi quarant’anni”.

Tra i fermati figura anche il pastore Jin “Ezra” Mingri, fondatore della Chiesa di Zion, prelevato nella sua abitazione nella provincia meridionale del Guangxi. La sua famiglia, oggi residente negli Stati Uniti, ha riferito di aver perso ogni contatto con lui. Le autorità lo avrebbero trasferito nel Centro di detenzione numero 2 di Beihai, con l’accusa di “utilizzo illegale di reti informatiche”, un reato recentemente rafforzato dalle nuove normative sul controllo delle attività religiose online.

L’accusa di attività online non autorizzate

La Chiesa di Zion, nata nel 2007 a Pechino, aveva costruito gran parte della propria comunità attraverso incontri virtuali e video-conferenze, soprattutto dopo la chiusura forzata del suo luogo di culto nella capitale nel 2018.

Le nuove restrizioni emanate dal governo di negli ultimi mesi hanno reso però quasi impossibile ogni attività religiosa via Internet senza l’approvazione statale.
Secondo Pechino, l’uso della rete da parte di organizzazioni religiose non registrate rappresenta un modo per “diffondere ideologie non conformi ai valori socialisti”, ma per molti analisti è soprattutto un mezzo per controllare la diffusione del cristianesimo indipendente nel Paese.

Il discorso pronunciato da Xi lo scorso 29 settembre, durante una sessione di studio del Politburo dedicata alla politica religiosa, ha fissato la linea del Partito: “accelerare la sinicizzazione delle religioni”, cioè rendere compatibili tutte le confessioni con l’ideologia comunista e il nazionalismo cinese.

Le radici del movimento e il profilo del suo fondatore

La vicenda della Chiesa di Zion è indissolubilmente legata al percorso personale di Jin Mingri.
Nato nel nord-est della Cina, di etnia coreana, Jin si convertì al cristianesimo in seguito al trauma del massacro di piazza Tiananmen del 1989, evento che lo spinse a prendere le distanze dal governo comunista. Nel 2007, insieme a un gruppo di una ventina di fedeli, fondò la Chiesa di Zion, che in pochi anni divenne una delle più grandi comunità protestanti non registrate del Paese, con una rete di circa 10.000 membri.

Nel 2018, la chiusura del loro centro di culto a Pechino – un locale che ospitava anche una libreria e una caffetteria cristiana – segnò l’inizio di un lungo periodo di persecuzioni, ma la comunità continuò a riunirsi in case private e online.

Repressioni diffuse in tutto il Paese

Le autorità cinesi non hanno colpito solo la Zion Church. Negli ultimi mesi, diverse “chiese domestiche” sono state oggetto di controlli e arresti.
A maggio, nella città di Xi’an, il pastore Gao Quanfu della Zion’s Light Church è stato trattenuto con l’accusa di “attività superstiziose che minano l’attuazione della giustizia”.

A giugno, dieci membri della Golden Lampstand Church di Linfen sono stati condannati per frode, mentre il pastore Yang Rongli ha ricevuto 15 anni di carcere. La repressione si è estesa anche al digitale: la blogger cristiana Zhang Zhan, tra le prime a documentare la pandemia di Wuhan, è stata condannata a ulteriori quattro anni di detenzione.

La risposta internazionale e le reazioni dagli Stati Uniti

L’arresto di Jin Mingri ha suscitato forte preoccupazione nella comunità evangelica internazionale e tra i difensori della religiosa. Negli Stati Uniti, il pastore Bob Fu, fondatore di China Aid, ha denunciato la “sistematica persecuzione delle chiese sotterranee” come prova del crescente autoritarismo di Pechino.

Anche esponenti politici americani hanno commentato la vicenda: Marco Rubio, segretario di Stato nell’amministrazione Trump, ha chiesto la liberazione immediata dei detenuti e ha invitato la Cina a garantire il diritto alla pratica religiosa senza interferenze statali.
Secondo Rubio, questa campagna “dimostra ulteriormente come il Partito Comunista Cinese continui a vedere con sospetto i cristiani che scelgono di vivere la propria fede fuori dal controllo del Partito”.

Un controllo sempre più rigido sulla libertà di culto

La Costituzione cinese riconosce formalmente la libertà religiosa, ma nella pratica solo cinque religioni – buddismo, taoismo, islam, cattolicesimo e protestantesimo – possono operare attraverso organizzazioni controllate dallo Stato.

Milioni di credenti che non si riconoscono in questi organismi ufficiali continuano a riunirsi in forma privata, spesso in violazione delle norme. La repressione contro la Zion Church si inserisce dunque in una strategia più ampia di centralizzazione ideologica, in cui la religione è accettata solo se conforme agli obiettivi del Partito e subordinata all’autorità politica.

La discriminazione religiosa e il controllo ideologico del potere politico

L’episodio della Chiesa di Zion non è un caso isolato, ma parte di un disegno politico più ampio che riflette la volontà di Pechino di mantenere un controllo totale sulle forme di organizzazione sociale e spirituale.
Il Partito Comunista Cinese considera le comunità religiose indipendenti come potenziali fonti di dissenso, capaci di creare reti autonome non allineate all’autorità centrale. Questa diffidenza si estende a tutte le fedi, ma in particolare alle chiese cristiane non ufficiali, percepite come portatrici di un’influenza culturale occidentale.

La “sinicizzazione” delle religioni promossa da Xi Jinping mira a riorientare la spiritualità all’interno del discorso politico nazionale, subordinando la fede al patriottismo e all’ideologia del Partito. In questo contesto, la repressione assume la forma di una discriminazione sistematica, dove la libertà di culto è concessa solo entro i limiti stabiliti dal potere politico.

A livello internazionale, questa politica alimenta un crescente conflitto di valori tra la Cina e i Paesi democratici. Gli Stati Uniti e l’ Europea hanno più volte denunciato le violazioni dei diritti religiosi e la persecuzione di minoranze come i cristiani, gli uiguri musulmani e i buddisti tibetani, ma tali pressioni hanno finora prodotto effetti limitati.

Pechino considera la questione religiosa una materia interna e respinge ogni critica come ingerenza straniera. Tuttavia, la gestione delle libertà spirituali rimane un indicatore chiave della credibilità internazionale della Cina: la capacità o meno del Paese di conciliare sviluppo economico e rispetto dei diritti fondamentali sarà un banco di prova cruciale per il suo ruolo nel mondo multipolare che sta emergendo.

Lucrezia Agliani