Nel mondo contemporaneo, credere è diventato un atto sempre più fragile, secondo il rapporto ACN. Infatti, il nuovo Religious Freedom in the World Report 2025 dell’organizzazione cattolica Aid to the Church in Need denuncia un allarmante arretramento della libertà religiosa su scala globale, con la Turchia tra i paesi accusati di praticare una discriminazione sistematica contro le minoranze di fede. In un’epoca segnata da nazionalismi, censura digitale e controllo statale, il diritto alla spiritualità si trasforma in un campo di battaglia invisibile, dove libertà religiosa e libertà civile finiscono per coincidere.
Il rapporto ACN descrive un quadro globale in peggioramento
La libertà religiosa nel mondo vive una delle fasi più buie dell’ultimo decennio. È questo il messaggio che emerge dal Religious Freedom in the World Report 2025, pubblicato dall’ente cattolico Aid to the Church in Need (ACN). Il documento, unico nel suo genere per ampiezza e pluralità di prospettiva, evidenzia un arretramento diffuso dei diritti di credo e di espressione spirituale, in un contesto segnato da autoritarismi consolidati, conflitti identitari e nuove forme di controllo tecnologico.
Secondo i dati del rapporto ACN, quasi due terzi della popolazione mondiale vivono oggi in paesi dove la libertà religiosa è limitata o repressa. Le categorie adottate da ACN distinguono tra “persecuzione” – che comporta violenze, detenzioni e aggressioni fisiche – e “discriminazione”, riferita a sistemi legali e politici che ostacolano l’esercizio pubblico della fede.
La Turchia tra i paesi sotto accusa
In questo scenario, la Turchia si colloca nel gruppo dei 38 Stati segnalati per discriminazione religiosa sistematica, accanto a paesi come Egitto, Vietnam e Messico. Secondo il rapporto, Ankara mantiene politiche che “colpiscono in modo ingiusto gruppi religiosi minoritari”, consolidando un modello di esclusione istituzionale.
Nonostante non rientri nella categoria più grave – quella della “persecuzione”, in cui figurano invece cina, India, Nigeria e Corea del Nord – la posizione della Turchia desta particolare preoccupazione per la sua appartenenza alla NATO, la sua ambizione europea e il ruolo geopolitico di ponte tra Occidente e Medio Oriente.
Le pratiche contestate riguardano l’imposizione di restrizioni sui luoghi di culto non musulmani, il mancato riconoscimento di alcune comunità religiose e un crescente clima di ostilità pubblica alimentato da discorsi nazionalisti e islamisti. Per il rapporto ACN, la discriminazione in Turchia non si manifesta solo nelle leggi, ma anche nel linguaggio politico, che tende a delegittimare le minoranze come elementi estranei all’identità nazionale.
Fede e controllo nell’era digitale
Uno degli aspetti più innovativi e inquietanti del rapporto riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali come strumenti di sorveglianza religiosa. In paesi come Cina, Corea del Nord e Pakistan, ma sempre più anche in contesti democratici, la fede diventa una variabile da monitorare: software di riconoscimento facciale, tracciamenti online e profilazioni ideologiche vengono utilizzati per identificare e limitare l’attività dei credenti.
Secondo il rapporto ACN, questi strumenti trasformano la religione in una “minaccia alla sicurezza percepita”, spostando il baricentro del controllo dallo spazio fisico a quello digitale. È un fenomeno che tocca anche la Turchia, dove il web e i social network sono soggetti a una costante supervisione governativa, e dove ogni forma di dissenso – politico, religioso o mediatico – rischia di essere criminalizzata.
Religione, stampa e libertà civili: un legame spezzato
La crisi della libertà religiosa in Turchia è parte di un più ampio indebolimento dei diritti civili. Negli ultimi anni, la libertà di stampa ha subito un drastico peggioramento. Numerosi giornalisti sono stati licenziati, arrestati o intimiditi per aver raccontato proteste, scandali di corruzione o violazioni dei diritti umani.
Secondo i dati di Freedom House, il paese ha perso sei punti nella classifica globale sulla libertà di stampa, scendendo al 134° posto su 197 paesi. Solo due Stati del Sud-est europa – Slovenia e Cipro – vengono considerati “liberi” sotto questo parametro, mentre la Turchia si colloca ormai tra quelli “non liberi”.
Le pressioni del governo sui media, l’influenza economica sui gruppi editoriali e la censura dei contenuti online creano un ambiente ostile al pluralismo. La fede, in un simile contesto, diventa un ulteriore terreno di conflitto, dove il diritto alla coscienza viene subordinato al controllo politico.
Una crisi che oltrepassa i confini
Il Religious Freedom Report non si limita a puntare il dito contro Ankara. L’analisi rivela una tendenza globale: autoritarismo e nazionalismo etnico-religioso si rafforzano a vicenda, mentre le tensioni in Medio Oriente e il genocidio in corso a Gaza hanno alimentato una nuova ondata di crimini d’odio antisemiti e islamofobi, anche in Europa e negli stati uniti.
ACN descrive una “tempesta perfetta” in cui estremismi, disinformazione e nuove tecnologie minano la convivenza pacifica. La libertà religiosa, avverte l’ente, non è solo un diritto spirituale, ma un indicatore della salute democratica di una società. Dove le fedi vengono represse, spesso crollano anche libertà politiche e civili.