Australia, l’hate speech e il rischio di polarizzazione

Australia, l'hate speech e il rischio di polarizzazione 2

L’attacco terroristico che ha sconvolto la spiaggia di Bondi Beach, a Sydney, non ha soltanto lasciato una scia di sangue e dolore: ha anche riaperto con forza il dibattito politico australiano sulla diffusione dell’odio, sull’antisemitismo e sui limiti della libertà di espressione. Mentre il Paese piange le quindici vittime della strage, tra cui la piccola Matilda di dieci anni, il governo guidato da Anthony Albanese ha annunciato una stretta legislativa senza precedenti contro l’hate speech e i cosiddetti “predicatori dell’odio”.

Il piano in cinque punti e la svolta repressiva contro l’hate speech

La risposta dell’esecutivo si articola in un piano articolato, che punta ad ampliare le leggi esistenti sull’incitamento all’odio e l’hate speech e a colpire direttamente leader religiosi, ideologici o politici che promuovano violenza e divisione. Tra le misure principali figura l’introduzione di un reato aggravato per chi incita all’odio in posizione di leadership, l’aumento delle pene per i discorsi che legittimano la violenza e il riconoscimento dell’odio come aggravante nei reati di minaccia e molestia, soprattutto online.

Un altro elemento centrale riguarda i poteri del ministro degli Affari interni, che potrà revocare o negare visti a individui ritenuti responsabili della diffusione di messaggi estremisti. Il governo intende inoltre creare un elenco di organizzazioni i cui leader superano sistematicamente la soglia della legalità, pur senza rientrare formalmente nella categoria del terrorismo.

Secondo il ministro Tony Burke, il problema degli ultimi anni è stato proprio l’incapacità dello Stato di intervenire contro gruppi e individui che “si spingono fino al limite della legge senza oltrepassarlo”. La nuova normativa sul hate speech mira quindi ad abbassare quella soglia, rendendo perseguibili condotte finora tollerate. Una scelta che segna un cambio di passo netto nella politica australiana sulla sicurezza interna.

Anche la polizia federale ha confermato che diversi predicatori dell’odio erano già monitorati, ma che mancavano strumenti giuridici efficaci per fermarne l’attività. Il nuovo quadro normativo dovrebbe colmare questo vuoto.

Il trauma di Bondi Beach e l’ombra del terrorismo jihadista

Le autorità hanno confermato che l’attacco di domenica a Bondi Beach, il più grave mai avvenuto in Australia, è stato ispirato dall’ideologia dello Stato Islamico. Naveed Akram, 24 anni, unico sopravvissuto dei due attentatori, è accusato di terrorismo e di quindici omicidi. Il padre Sajid Akram è stato ucciso durante l’intervento della polizia. In totale, i capi d’accusa contestati al giovane sono 59.

La strage ha colpito una celebrazione ebraica durante Hanukkah, rendendo ancora più evidente l’aumento dell’antisemitismo registrato nel Paese dopo il 7 ottobre 2023. Albanese ha riconosciuto pubblicamente che lo Stato avrebbe potuto fare di più per prevenire questo clima, ammettendo limiti e ritardi nell’azione di governo.

Le critiche dell’opposizione e la polarizzazione politica

L’ammissione del primo ministro non ha placato le critiche. La leader dell’opposizione Sussan Ley ha accusato il governo di aver reagito troppo tardi e ha presentato un proprio piano, che prevede il blocco dei finanziamenti pubblici a progetti artistici o accademici accusati di antisemitismo, la sospensione dei visti per persone provenienti da aree considerate “enclave terroristiche” e persino la revoca della cittadinanza in casi estremi.

Ley ha chiesto la convocazione urgente del Parlamento prima della pausa natalizia per approvare nuove leggi, mentre alcune voci, anche all’interno del campo conservatore, hanno accusato Albanese di voler distogliere l’attenzione dai fallimenti sul fronte dell’antisemitismo concentrandosi sul controllo delle armi.

I timori sui diritti e la libertà di critica

Non mancano però le voci critiche anche a sinistra. I Verdi, pur riconoscendo la necessità di contrastare i crimini d’odio, mettono in guardia dal rischio di trasformare il divieto in uno strumento che soffoca il dissenso politico. Secondo il senatore David Shoebridge, vietare organizzazioni o discorsi potrebbe alimentare ulteriore polarizzazione, soprattutto se si finisce per colpire la critica legittima a governi o attori statali coinvolti in conflitti internazionali.

Il confine tra contrasto all’odio e compressione delle civili appare dunque sottile e destinato a suscitare un acceso dibattito giuridico e politico.

Il dibattito sull’antisemitismo, rilanciato con forza dopo l’attacco di Bondi Beach e le nuove misure annunciate dal governo australiano, pone una questione più ampia e scomoda: quella dell’egemonia culturale di alcune forme di hate speech rispetto ad altre. È indubbio che l’odio antiebraico rappresenti una minaccia reale, storicamente radicata e oggi nuovamente visibile, ma il rischio è che la sua centralità nel discorso pubblico finisca per oscurare altre forme di discriminazione altrettanto pervasive.

In Australia, come in e negli Stati , l’islamofobia e il razzismo sono fenomeni strutturali, spesso normalizzati nel linguaggio politico, nei media e nelle pratiche istituzionali: controlli di polizia selettivi, discriminazioni nell’accesso al lavoro e alla casa, retoriche securitarie che colpiscono intere comunità. Eppure, raramente questi fenomeni producono risposte emergenziali paragonabili a quelle attivate dopo atti antisemiti o attacchi che coinvolgono la comunità ebraica.

Il punto critico non è mettere in competizione le sofferenze: quando alcune forme di hate speech diventano il centro esclusivo dell’azione politica, mentre altre restano ai margini o vengono affrontate con misure simboliche, si rafforza l’idea che esistano discriminazioni “più gravi” e altre “più tollerabili”. Questo produce fratture, risentimenti e una percezione di doppio standard che, paradossalmente, alimenta ulteriormente la polarizzazione.

Educazione e prevenzione: la sfida culturale

Accanto alla repressione, il governo ha annunciato interventi sul piano educativo. Una task force guidata da David Gonski lavorerà per contrastare l’antisemitismo nelle scuole, mentre il commissariato eSafety e il dipartimento delle Comunicazioni elaboreranno strategie contro l’odio online.

Il ministro dell’Istruzione Jason Clare ha ribadito che l’odio non è innato, ma appreso: una dichiarazione che sottolinea come la risposta alla violenza non possa essere soltanto penale, ma debba investire la cultura e l’educazione.

L’Australia si trova ora davanti a una scelta complessa: rafforzare la sicurezza senza compromettere i principi democratici che definiscono la sua identità. La tragedia di Bondi Beach ha imposto una risposta immediata, ma il modo in cui verrà tradotta in legge dirà molto sul futuro equilibrio tra libertà, sicurezza e convivenza civile nel Paese.

Un contrasto efficace all’odio e l’hate speech dovrebbe essere coerente, universale e non selettivo. Difendere la comunità ebraica dall’antisemitismo è necessario, ma lo è allo stesso modo combattere l’islamofobia, il razzismo sistemico contro le persone nere e la xenofobia verso e rifugiati. Altrimenti, la lotta all’hate speech rischia di trasformarsi in uno strumento politico contingente, più che in un reale progetto di giustizia e inclusione.

In definitiva, l’obiettivo non dovrebbe essere stabilire quale odio meriti più attenzione, ma smantellare il meccanismo culturale che rende l’odio accettabile quando colpisce “gli altri”. Solo un approccio che riconosca tutte le discriminazioni come parti dello stesso problema può evitare che la condanna dell’antisemitismo conviva, senza contraddizione apparente, con il silenzio su altre forme di esclusione e violenza quotidiana.

Lucrezia Agliani