Mentre il primo ministro Narendra Modi partecipava alla messa di Natale nella capitale, celebrando pubblicamente valori di pace e armonia, in molte regioni dell’India si diffondeva una realtà ben diversa. Lontano dai riflettori, episodi di ostilità e aggressioni ultrahindu hanno segnato le feste di una comunità già fragile, alimentando il timore che le celebrazioni religiose diventino terreno di scontro politico e culturale.
Il messaggio dei gruppi ultranazionalisti
All’origine del clima di tensione vi è anche il ruolo di organizzazioni appartenenti alla galassia hindu nazionalista. Tra queste, il Vishwa Hindu Parishad ha diffuso un appello che invitava i fedeli hindu a evitare le festività natalizie, nel nome della difesa dell’identità religiosa indiana. Il monito, rivolto non solo alle famiglie ma anche a scuole e negozi, ha di fatto legittimato una campagna di pressione, intimidazioni e aggressioni ultrahindu.
Nei giorni precedenti e successivi al Natale, numerose testimonianze hanno documentato interventi aggressivi contro momenti pubblici di festa. Addobbi strappati, cori natalizi interrotti e gruppi di vigilanti che accusavano venditori ambulanti di promuovere simboli “stranieri”: un mosaico di episodi che, pur diversi per contesto, hanno alimentato la percezione di un clima coordinato di ostilità. In alcuni casi, piccoli raduni di preghiera sono stati circondati da militanti che intimavano ai presenti di disperdersi; in altri, donne e bambini intenti a cantare sono stati insultati o spinti via.
I video che hanno scosso l’opinione pubblica
Alcune immagini delle aggressioni ultrahindu, circolate sui social, hanno suscitato particolare indignazione. In Madhya Pradesh, una donna cristiana, ipovedente, è stata pubblicamente aggredita durante un programma natalizio da una figura locale legata al partito di governo. In un altro stato, venditori di cappellini rossi sono stati rimproverati perché avrebbero “offeso” la cultura hindu.
Episodi simili si sono ripetuti in diverse città, dal nord-est al sud del Paese, confermando la capillarità del fenomeno. In alcuni casi, i dirigenti locali dei partiti hanno preso le distanze, chiedendo spiegazioni ai propri membri coinvolti. Tuttavia, spesso le autorità di pubblica sicurezza non hanno registrato denunce formali o sono intervenute solo di fronte a danni evidenti a proprietà private. Questa apparente tolleranza ha alimentato la convinzione, tra le organizzazioni dei diritti umani, che molte intimidazioni restino impunite e contribuiscano alla normalizzazione della violenza.
L’allarme delle Chiese e delle ong
La Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India ha parlato apertamente di una crescita “preoccupante” delle aggressioni ultrahindu contro i cristiani, chiedendo al governo centrale una protezione attiva durante le celebrazioni religiose. Anche associazioni indipendenti hanno contato decine di casi soltanto nel periodo natalizio: chiese vandalizzate, concerti di cori fermati, raduni accusati di essere coperture per conversioni illegali. Secondo alcune piattaforme di monitoraggio, nel corso dell’ultimo anno si sarebbero superati i settecento episodi di violenza o intimidazione riconducibili a matrice religiosa.
Con circa il 2–3% della popolazione, i cristiani rappresentano una componente numericamente ridotta ma storicamente radicata nel subcontinente. Nonostante ciò, ciclicamente vengono accusati da settori dell’estrema destra hindu di condurre campagne di conversione. Durante il Natale, quando le iniziative pubbliche aumentano, queste accuse diventano il pretesto per iniziative “di vigilanza” che sconfinano talvolta in vere e proprie aggressioni.
Libertà religiosa e Costituzione
Le organizzazioni cristiane ricordano che la Costituzione indiana tutela esplicitamente la libertà di culto e di espressione religiosa. Tuttavia, nella pratica quotidiana, questo principio sembra incontrare ostacoli crescenti. “Colpire cori, processioni e celebrazioni pacifiche — avvertono i vescovi — significa minare un diritto fondamentale e intaccare il tessuto pluralista del Paese”.
Accanto alla rabbia e alla frustrazione, emergono anche storie di resilienza. Comunità locali hanno continuato a riunirsi in modo sobrio, scegliendo di non rinunciare al senso del Natale: solidarietà, vicinanza ai poveri, preghiera. In molti casi, la risposta è stata quella di aprire le chiese e invitare i vicini — hindu, musulmani, sikh — a momenti di incontro interreligioso, nel tentativo di disinnescare il sospetto con il dialogo.
Il dibattito rimane aperto e riguarda non solo la sicurezza dei cristiani, ma il modello di società che l’India vuole costruire: inclusiva e multireligiosa, come immaginata dai padri costituenti, oppure definita da un’unica identità maggioritaria. Le prossime festività religiose saranno un banco di prova decisivo per il governo centrale e per le amministrazioni statali: garantire pari diritti, prevenire la violenza e ribadire che la fede, qualunque essa sia, non può diventare motivo di intimidazione.
In un Paese di oltre un miliardo di abitanti e di infinite tradizioni, la sfida è grande: far sì che la diversità non diventi una colpa e che la celebrazione del Natale — come di ogni altra ricorrenza — rimanga un momento di pace, non di paura.