Sperimentazione della riforma della disabilità, dal 1° marzo

Sperimentazione della riforma della disabilità, dal 1° marzo 2

Dal 1° marzo 2026 l’Italia entra in una fase cruciale del percorso di riforma del sistema di accertamento della disabilità. Con l’estensione del nuovo modello a ulteriori quaranta province – tra cui la Capitale – prende forma un cambiamento strutturale destinato a incidere profondamente sul rapporto tra cittadini, professionisti sanitari e pubblica amministrazione. L’avvio di questa sperimentazione della riforma della disabilità segna un passaggio strategico nell’attuazione della delega contenuta nella Legge 22 dicembre 2021, n. 227, attuata mediante il Decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62.

Il processo di trasformazione, già avviato in via sperimentale in un primo gruppo di territori, entra ora in una dimensione più ampia e significativa. L’inclusione di province strategiche, tra cui , rappresenta non soltanto un ampliamento geografico, ma un banco di prova istituzionale e organizzativo di grande rilievo.

L’estensione territoriale: una scelta di consolidamento

L’ampliamento a quaranta nuove province risponde all’esigenza di verificare sul campo la tenuta del nuovo impianto normativo in contesti demografici e amministrativi eterogenei. Dopo la prima fase di test, il legislatore ha ritenuto maturi i tempi per un’estensione significativa, con l’obiettivo di consolidare prassi operative, uniformare criteri valutativi e rafforzare l’infrastruttura digitale a supporto delle procedure.

L’ingresso di territori ad alta densità abitativa e con un elevato numero di istanze, come Roma, assume un valore emblematico: la sperimentazione non riguarda più realtà circoscritte, ma si confronta con la complessità delle grandi aree metropolitane. Ciò consentirà di valutare l’efficacia del nuovo sistema in condizioni di carico amministrativo elevato, misurandone la capacità di garantire tempestività, trasparenza e omogeneità di trattamento.

Superata la domanda amministrativa tradizionale

Uno degli elementi di maggiore discontinuità rispetto al passato riguarda l’eliminazione della tradizionale domanda amministrativa presentata direttamente dal cittadino. Per decenni, l’avvio della procedura di riconoscimento dell’invalidità civile e della disabilità si è fondato su un’istanza formale inoltrata all’ente competente, corredata da certificazioni sanitarie.

Con il nuovo modello, questo schema viene radicalmente ripensato. Non è più il cittadino a dover attivare il procedimento attraverso un’istanza burocratica; il fulcro dell’avvio si sposta sul piano sanitario. La riforma introduce infatti il cosiddetto “certificato medico introduttivo”, che diventa l’atto propulsivo dell’intero iter.

Si tratta di un cambiamento che modifica in modo sostanziale la sequenza procedurale, con l’obiettivo dichiarato di ridurre gli oneri amministrativi a carico delle persone interessate e di garantire una maggiore coerenza tra valutazione clinica e accertamento giuridico.

Il medico certificatore

Nel nuovo assetto, la figura del medico certificatore assume una funzione determinante. È infatti il professionista sanitario a redigere il certificato introduttivo e a trasmetterlo attraverso la piattaforma telematica dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

La digitalizzazione del procedimento consente l’invio diretto della documentazione sanitaria, evitando passaggi intermedi e potenziali duplicazioni. Il medico, accedendo al sistema informatico predisposto dall’Inps, inserisce i dati clinici necessari e attiva formalmente la procedura di accertamento.

Questo meccanismo attribuisce alla valutazione medica iniziale un peso ancora più rilevante rispetto al passato. Il certificato non rappresenta più soltanto un allegato a una domanda amministrativa, ma costituisce il presupposto stesso per l’apertura del procedimento.

Il legislatore delegante, con la legge n. 227 del 2021, ha inteso avviare una complessiva delle modalità di accertamento, in coerenza con i principi della Convenzione sui delle persone con disabilità e con le esigenze di uniformità territoriale. Il decreto legislativo n. 62 del 2024 ha tradotto tali principi in disposizioni operative, delineando un modello che punta a integrare dimensione sanitaria e dimensione sociale della disabilità.

Uniformità valutativa

La riforma non si limita a modificare l’atto iniziale del procedimento, ma incide sull’intero impianto valutativo. L’obiettivo è superare frammentazioni e difformità applicative che nel tempo hanno generato disparità tra territori.

Il nuovo sistema mira a introdurre criteri più omogenei e una visione multidimensionale della persona, che tenga conto non soltanto della menomazione clinica, ma anche delle ripercussioni funzionali e del contesto di vita. In questa prospettiva, l’accertamento non si esaurisce in una mera quantificazione percentuale dell’invalidità, ma si collega alla definizione di progetti personalizzati e misure di sostegno più adeguate.

L’ampliamento del perimetro territoriale comporta un significativo impegno organizzativo per l’Inps, chiamato a gestire un volume crescente di certificati introduttivi e a coordinare le commissioni di accertamento secondo le nuove regole.

I cittadini al centro del nuovo modello

Sebbene il procedimento venga avviato dal medico, la riforma mantiene come obiettivo primario la tutela della persona con disabilità. La semplificazione delle fasi iniziali dovrebbe tradursi in una riduzione degli adempimenti formali richiesti al cittadino e in un alleggerimento del carico burocratico.

In particolare, l’eliminazione della domanda amministrativa autonoma potrebbe limitare errori materiali, ritardi e duplicazioni documentali che in passato hanno spesso determinato rallentamenti nell’iter di riconoscimento.

Una fase di verifica decisiva

L’avvio del 1° marzo 2026 non rappresenta un punto di arrivo, bensì una tappa intermedia di un percorso più ampio. La natura sperimentale dell’estensione implica un costante monitoraggio degli effetti concreti del nuovo modello.

Attraverso la raccolta di dati, l’analisi dei tempi di definizione delle pratiche e la valutazione del grado di soddisfazione degli utenti, le istituzioni potranno apportare eventuali correttivi prima della piena generalizzazione su tutto il territorio nazionale.

La presenza di grandi realtà urbane tra le province coinvolte renderà il monitoraggio particolarmente significativo, offrendo un quadro realistico delle criticità e delle potenzialità del sistema.

Patricia Iori