Project Freedom: il piano di Trump per lo Stretto di Hormuz

Project Freedom: il piano di Trump per lo Stretto di Hormuz 2

Lo scorso weekend, il Presidente USA Donald Trump ha introdotto il Project Freedom: una nuova iniziativa in Medio Oriente per riaprire lo Stretto di Hormuz, chiuso dal giorno dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran. La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere, così come le preoccupazioni degli alleati. Tuttavia, gli Stati Uniti assicurano: “non stiamo cercando il conflitto”.

Lo Stretto di Hormuz: un crocevia commerciale e interessi geopolitici

Dal 28 febbraio, data in cui gli USA hanno avviato l’operazione Epic Fury contro l’Iran, lo stretto di Hormuz è diventato il fulcro del conflitto. Con una media di 20 milioni di barili al giorno, circa il 25% del commercio globale di petrolio passa attraverso questo canale. A ciò si aggiungono le esportazioni di GNL da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, che insieme coprono quasi il 20% del mercato mondiale di gas (dati IEA).

Con l’aggressione israelo-statunitense e la chiusura dello stretto da parte dell’Iran, i prezzi dell’ sono schizzati fino a raggiungere, all’inizio di marzo, i 157,66 dollari al barile, superando il picco storico del 2008. Di conseguenza, le bollette sono aumentate (+19,2% secondo ARERA) e i profitti delle compagnie petrolifere sono stati incrementati, portando a un +23,18% per .

Se inizialmente le oscillazioni dei prezzi energetici favorivano la lobby finanziaria legata al Presidente statunitense, sembra ora che Trump abbia cambiato approccio, puntando a garantire il passaggio delle navi attraverso lo Stretto per contenere i costi energetici e i danni all’economia reale.

Project Freedom: difesa o offensiva?

Il 3 maggio, il Presidente ha avviato il Project Freedom: un’operazione intesa a coordinare la ripresa del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, assicurando condizioni di transito sicure. Secondo quanto riportato da Axios,

“la nuova iniziativa per lo Stretto di Hormuz non prevede necessariamente la scorta delle navi commerciali. […] La marina statunitense fornirà alle navi mercantili indicazioni sulle migliori rotte marittime nello stretto, in particolare riguardo a quelle non minate dall’esercito iraniano”.

Il Presidente statunitense, che ha definito l’iniziativa come un “gesto umanitario”, ha assicurato che qualsiasi ostacolo all’operazione “dovrà purtroppo essere affrontato con determinazione”.

Le dichiarazioni della leadership USA

L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del comando interforze statunitense per il (CENTCOM), ha spiegato che saranno impiegati oltre 15mila militari e centinaia di aerei, droni ed elicotteri.

Subito dopo l’annuncio dell’operazione, il segretario americano al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato:

“abbiamo il completo controllo dello Stretto di Hormuz. Lo stiamo riaprendo. Ora sarebbe opportuno che i partner internazionali esercitassero pressione sull’Iran. Invito i cinesi a unirsi a noi nel supportare questa operazione internazionale”.

La risposta dell’Iran

La reazione dell’Iran non è tardata: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha etichettato il Project Freedom come un vicolo cieco:

“Gli eventi a Hormuz dimostrano chiaramente che non esiste una soluzione militare a una crisi politica. Mentre i colloqui avanzano grazie al generoso sforzo del Pakistan, gli dovrebbero evitare di essere coinvolti nuovamente nel pantano da malintenzionati”.

E dalle parole si è passati ai fatti. Come riportato da Press TV, l’esercito islamico dell’Iran, Artesh, avrebbe ostacolato l’ingresso ai cacciatorpediniere americani nello Stretto di Hormuz, dopo un avvertimento da parte della Marina. La stampa iraniana riporta che due missili avrebbero colpito una fregata Usa dopo che questa ha tentato di entrare nello stretto. Tuttavia, un funzionario statunitense, citato da Axios, nega che la nave sia stata colpita.

Cosa dobbiamo aspettarci?

Il riemergere del conflitto ha portato diversi paesi alleati a esprimere le loro preoccupazioni: l’agenzia di sicurezza marittima britannica ha segnalato la presenza di mine navali, definendo il passaggio lungo le rotte designate “estremamente complesso”. Alcuni armatori hanno affermato che non riprenderanno le normali operazioni senza chiare garanzie da parte dell’Iran.

Nonostante l’importanza di riaprire il conflitto possa non essere del tutto estranea all’amministrazione statunitense, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha chiarito come il Project Freedom sia diverso da Epic Fury:

“Questo piano è di natura difensiva, di durata limitata e ha l’unico obiettivo di proteggere le navi commerciali neutrali. Non stiamo cercando lo scontro”.