Keynesismo di guerra: l’aumento della spesa per la difesa incrementa produttività e benessere sociale. Questa è l’idea che sostiene la corsa al riarmo avviata da quasi tutti i governi occidentali. Ma è davvero così?
Corsa al riarmo: chi ne trae vantaggio?
In un contesto di crescente instabilità geopolitica, la spesa militare globale nel 2024 ha visto un incremento per il decimo anno consecutivo, superando i 2,7 trilioni di dollari (dati SIPRI Yearbook 2025). In europa, dal 2015 al 2024, gli investimenti in armamenti sono aumentati dell’83%, stimolati dall’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL nei paesi della NATO: in italia si è registrato un nuovo record. Gli Stati uniti hanno speso 997 miliardi di dollari solo nel 2024, una cifra 3,2 volte superiore a quella del secondo paese in termini di riarmo, la cina.
I dati più recenti (2023) mostrano ricavi di 632 miliardi di dollari per le 100 maggiori aziende produttrici di armi, con un incremento del 2,2% rispetto al 2022. Le aziende statunitensi (41) hanno generato la metà del fatturato complessivo del settore. Le prime cinque, tutte con sede negli USA, rappresentano da sole un terzo del fatturato totale.
Inoltre, il predominio degli stati uniti si estende anche all’esportazione di armi: il 43% del volume totale dell’export di sistemi d’arma è controllato da loro. O meglio: dalle loro aziende. I dati evidenziano la patologica corsa al riarmo, ma quali sono le conseguenze economiche e sociali?
Keynesismo di guerra: aumenta la produzione o i profitti?
Un’indagine del Fondo Monetario Internazionale (2026) mette in discussione in parte il cosiddetto Keynesismo di guerra, teoria che afferma che l’aumento della spesa pubblica in armamenti produce benefici e crescita economica, stimolando la domanda aggregata e riducendo la disoccupazione.
“Nel complesso, è probabile che gli effetti aggregati sulla produzione derivanti da un incremento della spesa per la difesa siano modesti. Gli aumenti si traducono in un incremento della produzione economica quasi proporzionale, piuttosto che generare un effetto moltiplicatore maggiore sull’attività economica.”
Per quale motivo? In uno studio (2025) sul sistema tedesco, gli economisti Tom Krebs e Patrick Kacmarczyk dimostrano come sia più probabile che i nuovi investimenti pubblici conducano ad aumenti di prezzo piuttosto che a un’espansione della produzione. In altre parole, non cresce il benessere sociale, ma i profitti distribuiti dall’industria bellica, già sostenuta dalla bolla speculativa provocata dalla retorica unanime del riarmo da parte dei governi occidentali.
Il moltiplicatore fiscale del riarmo
In particolare, Krebs e Kacmarczyk hanno stimato un valore massimo del moltiplicatore fiscale di 0,5: ogni euro investito in armamenti genera al massimo 50 centesimi di produzione aggiuntiva. Gli investimenti in infrastrutture pubbliche raggiungono valori quattro volte superiori. Nel settore dell’istruzione e dell’assistenza, il moltiplicatore tende a essere addirittura sei volte più elevato.
Perché? La produzione di un carro armato e di una locomotiva richiede risorse e manodopera simili, ma il loro contributo in termini di produzione economica e benessere sociale è notevolmente diverso. Il carro armato rimane (si spera) nel deposito, mentre il treno trasporta merci e persone, aumentando la produttività e generando nuove entrate fiscali.
In modo specifico, gli effetti variano anche in base a come vengono effettuate le spese: destinando gli investimenti all’importazione dei beni, ad esempio le alte tecnologie su cui si basano i nuovi sistemi d’arma, si riducono i guadagni in produzione e si deteriorano i saldi esterni. I paesi produttori, dunque, esportatori, ne traggono vantaggio.
Sostenibilità del debito da guerra
Il FMI sottolinea altresì come fare affidamento sul finanziamento a debito stimola l’economia nel breve termine, ma può compromettere la sostenibilità fiscale nel medio periodo, specialmente in paesi con margini di manovra già limitati. Data l’improduttività dei beni, aumenta il rischio di non riuscire a ripagare il debito, generando effetti a catena sul costo del debito.
“I deficit peggiorano di circa 2,6 punti percentuali del PIL e il debito pubblico cresce di circa 7 punti percentuali entro tre anni dall’inizio di una fase di espansione (14 punti percentuali in tempo di guerra)”.
Inoltre, l’emissione di titoli di stato e l’aumento dei tassi d’interesse sul debito pubblico attraggono capitale privato, riducendo gli investimenti nelle imprese di settori industriali diversi da quello bellico. Questo fenomeno è noto come crowding out (spiazzamento degli investimenti).
La spesa per il riarmo ricade sui cittadini
In questa ottica, la spesa per il riarmo avrà un impatto sul welfare sociale nonostante sia stato consentito il finanziamento al di fuori del vincolo di bilancio. L’aumento della spesa pubblica porterà a un incremento del debito a lungo termine, e già nel breve termine sarà necessario coprire gli interessi che faranno comunque parte del bilancio ordinario.
Le analisi sui costi sociali del riarmo mostrano, quindi, un elemento comune: la ricaduta sui cittadini, che ne sopportano il peso mentre i dividendi delle aziende di armamenti aumentano. Il tutto focalizzandosi sull’economia, escludendo considerazioni etiche sugli obiettivi della spesa pubblica e sul rischio di un’escalation globale dovuta alla corsa al riarmo.