Aveva 35 anni, risiedeva regolarmente in Italia e ogni mattina si alzava prima dell’alba per dirigersi verso i campi dove lavorava come bracciante agricolo. Sako Bakari è stato assassinato a Taranto con numerosi colpi inferti al torace e all’addome. Gli inquirenti stanno seguendo la pista di un gruppo di giovani locali.
Alle cinque e mezza del mattino a taranto regna ancora il silenzio caratteristico delle città industriali. Le serrande abbassate, le strade quasi deserte e qualche scooter. A quell’ora Sako Bakari si stava recando al lavoro. Aveva messo nello zaino pochi effetti personali e aveva preso la bicicletta per raggiungere Massafra, dove lo aspettava una giornata di lavoro nei campi.
Bakari aveva 35 anni, proveniva dal Mali e viveva regolarmente in italia. Tutti lo ricordano come un uomo pacato, presente ogni giorno nelle campagne della provincia jonica, impegnato a cogliere ogni opportunità per mantenere se stesso e sostenere la propria famiglia. Pagava regolarmente affitto e tasse, aveva un rapporto costante con i suoi familiari ed era noto come un lavoratore serio e affidabile. Sabato 9 maggio la sua vita è stata spezzata in piazza fontana, nella Città vecchia di Taranto.
Qualcuno lo ha circondato all’alba. Poi i colpi, almeno tre fendenti inflitti tra torace e addome con un cacciavite o un altro oggetto appuntito. Bakari ha tentato di fuggire, ha cercato aiuto, si è trascinato per alcuni metri prima di crollare a terra. I soccorsi, giunti poco dopo, hanno trovato un uomo ormai in fin di vita.
La Squadra Mobile di Taranto, sotto la direzione della pm Francesca Paola Ranieri, sta seguendo la pista di un gruppo di giovani locali. Tra le ipotesi investigative sta guadagnando forza anche il coinvolgimento di minorenni che, subito dopo l’aggressione, si sarebbero allontanati rapidamente dalla zona. Gli inquirenti stanno raccogliendo e analizzando le immagini delle telecamere presenti nella Città vecchia per ricostruire gli ultimi momenti di vita del bracciante maliano e identificare i colpevoli.
L’omicidio di Sako Bakari ha scosso Taranto e costretto a confrontarsi con una questione di violenza che suscita indignazione e riflessione. La vicenda racconta molto più di un semplice fatto di sangue. Illustra il valore attribuito a certe vite, alla silenziosa fatica di migliaia di lavoratori stranieri che popolano campagne, cantieri e magazzini italiani, rimanendo invisibili fino al giorno della loro morte.
L’associazione Babele ha ricordato Bakari con parole di rabbia e dolore, descrivendolo come un lavoratore esemplare, senza precedenti penali, pienamente integrato nella vita della città. “Giustizia per un lavoratore ucciso senza motivo”, si legge nel messaggio diffuso dopo il delitto. Tra quelle parole si addensa il senso di abbandono che accompagna molti lavoratori migranti, spesso narrati solo attraverso la fatica, il sacrificio e l’esclusione. Anche il presidente del Consiglio comunale di Taranto, Gianni Liviano, ha parlato di una tragedia che colpisce la coscienza collettiva della città, condannando ogni forma di odio, sopraffazione e disprezzo della vita umana. Sako Bakari stava andando a lavorare. I suoi gesti erano quelli di chiunque, ogni giorno, esca di casa per provvedere al proprio sostentamento.
Taranto conosce bene la fatica che curva le spalle. Gli operai dell’ex Ilva, i braccianti agricoli, i lavoratori precari sparsi tra porto e periferie condividono una stessa precarietà sociale che si traduce in salari bassi, paura e sopravvivenza. Bakari apparteneva a quel mondo. Ecco perché la sua morte colpisce la città sul piano civile e morale. Richiede responsabilità, attenzione e rispetto verso chi vive nell’indifferenza dello sguardo pubblico pur contribuendo ogni giorno alla sopravvivenza economica del territorio.
Adesso c’è solo sangue sull’asfalto, una bicicletta abbandonata e una famiglia lontana costretta a ricevere la notizia più crudele possibile. E poi le immagini delle telecamere, le indagini, la ricerca dei colpevoli. Il caso di Sako Bakari mette in luce una struttura antropologica fondamentale. La sua vita dovrebbe avere lo stesso valore di quella di chi non deve dimostrare ogni giorno di avere diritto a esistere. Ma questo valore non viene riconosciuto se si tratta di un lavoratore migrante. Per molti, nessuna vita che vale così poco può morire in modo straordinario.