La famiglia del bosco tra privilegi, politica e propaganda

La famiglia del bosco tra privilegi, politica e propaganda 2

Il caso della famiglia del bosco è uno dei più controversi del 2025. Per riassumere, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, una coppia anglo-australiana dal background internazionale, nel 2019 ha scelto di abbandonare la frenesia del mondo globalizzato per trasferirsi in un bosco nei pressi di Palmoli, un paese in provincia di Chieti, insieme ai loro tre figli. Nel 2024 la famiglia viene segnalata ai servizi sociali e la situazione degenera nell’autunno del 2025, con il trasferimento dei bambini in una struttura protetta dopo il ricovero in ospedale dell’intero nucleo famigliare a causa di un’intossicazione da funghi. Oggi la famiglia non si è ancora ricongiunta, ma la polemica continua, tra propaganda anti-magistratura e quello che ha tutta l’aria di essere il solito white privilege.

Uno dei casi di cronaca più controversi del 2025

Verrà un giorno in cui l’ala politica più conservatrice d’Italia difenderà con tutte le sue forze una coppia anglo-australiana che ha scelto di trasferirsi in mezzo ai boschi abruzzesi come gli hippy. Anche per questo, il caso della famiglia del bosco è l’emblema di come l’applicazione della legge per la tutela dei minori possa diventare un efficace strumento di propaganda anti-magistratura e di quanto il colore della pelle possa condizionare l’opinione pubblica.

Partiamo dal principio: Nathan Trevallion e Catherine Birmingham si conoscono grazie al loro amore per la natura a Bali, nel 2016. Lui commercia mobili di lusso in Indonesia, lei è un’insegnante di equitazione di alto livello, che lavora prevalentemente tra e . Nathan e Catherine si incontrano in una spiaggia di Bali mentre passeggiano con i rispettivi cani, nasce un’amicizia che si trasforma presto in amore. Così si sposano, mettono al una bambina e poi due gemelli con cui decidono di trasferirsi nel 2019 a Palmoli, in provincia di Chieti.

Il rifiuto della frenesia del mondo globalizzato li spinge ad adottare uno stile di vita neo-rurale e in acquistano un rudere, che nel 2025 non aveva né elettricità né acqua corrente. Abbracciando questo stile di vita a stretto contatto con la natura, Carherine e Nathan continuano le loro esistenze fuori dalle strutture sociali, cibandosi con beni agricoli di autoproduzione e riducendo all’essenziale il lifestyle di tutta la famiglia.

Così, per sei anni la famiglia ha vissuto in mezzo ai boschi, decidendo di non iscrivere la prole a scuola e optando per l’homeschooling, che in seguito sarà valutato dalla Corte d’Appello dell’Aquila inadeguato all’educazione dei bambini. La seconda sentenza del Tribunale abruzzese ha portato alla luce anche i mancati richiami dei vaccini e i problemi di socializzazione dei bambini, che in età di sviluppo hanno il diritto a passare del tempo con i coetanei.

In ogni caso, la legge italiana pone il benessere della persona minorenne al centro delle decisioni e la famiglia d’origine è sempre la prima scelta, quindi decidere per un allontanamento vuol dire che le condizioni di vita non erano sufficientemente sicure per lo sviluppo psicofisico dei bambini. E qui parte il paradosso.

Il caso della famiglia del bosco come strumento di propaganda anti-magistratura 

Succede un giorno che l’intera famiglia finisce all’ospedale per un’intossicazione da funghi. Tralasciando che in Abruzzo per cogliere i funghi è necessario essere in possesso di un patentino che si può ottenere solo dopo aver seguito mesi di un corso promosso dalla Regione, in automatico è scattata la segnalazione alle autorità e nell’autunno del 2025 una prima sentenza del Tribunale dell’Aquila decide di trasferire i bambini in una struttura protetta.

Ovviamente il Ministro , invece di occuparsi delle problematiche di trasporti e infrastrutture come vorrebbe il suo ruolo, coglie la palla al balzo per perpetuare la sua social contro la magistratura italiana, rea di aver diviso una famiglia felice che viveva in mezzo a un bosco, rea di aver impedito alla famiglia di passare il Natale insieme e rea di prendere decisioni per altri, minando la individuale. Sotto questo punto di vista, è quasi esilarante vedere colui che si spaccia come un esponente della destra più conservatrice difendere a spada tratta due radical chic extracomunitari che hanno deciso di vivere come degli hippy.

Ad ogni modo, la propaganda non riposa mai e il caso della famiglia del bosco è diventato un ottimo strumento per definire una narrazione in cui la magistratura rappresenta il male, soprattutto in virtù dell’imminente per la separazione delle carriere dei giudici, che a tutti gli effetti sembrerebbe minare l’indipendenza della magistratura.

Il white privilege: la percezione degli extracomunitari dipende dal colore della pelle

Oggi, la famiglia non si è ancora ricongiunta, ma qualsiasi persona di buon senso non può che sperare che prima o poi venga riunita, anche se è abbastanza palese che i Birmingham-Trevallion abbiano peccato di egoismo nel decidere, dopo una vita di privilegi, di far crescere i figli in una selva abruzzese.

Decidere di far vivere i propri figli senza elettricità e acqua corrente mentre si è cresciuti nel benessere sociale (entrambi hanno vissuto vite agiate in giro per il mondo), negando la socializzazione con i pari e esponendoli alle rigide temperature degli inverni abruzzesi non sembra essere una scelta consapevole, ma la scelta egoistica di due genitori che hanno vissuto la loro vita al massimo delle risorse per poi stancarsi.

Inoltre, avere la pelle bianca sembra essere un passepartout per raccogliere l’empatia del popolo italiano, che da sempre ha un problema con il razzismo. E infatti, l’opinione pubblica si è scatenata tra petizioni, accuse e narrazioni degne di una telenovela a puntate, con una dichiarazione di Matteo Salvini sul caso un giorno sì e l’altro pure. Come già scritto, ogni persona di buon senso auspica il ricongiungimento della famiglia, ma deve essere chiaro che sono state rilevate delle grandi criticità riguardo lo stato di salute e di scolarizzazione dei bambini.

Nonostante lo sembri, l’Italia non è una terra senza legge e le regole per la tutela dei minori sono chiare e ispirate alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, che giustifica l’intervento dello Stato quando il diritto alla salute e all’istruzione del minore è compromesso.

Infine, romanticizzare il vivere dentro un bosco abruzzese tra funghi velenosi, lupi e muffe, senza parlare con nessun coetaneo se non con la propria famiglia è mera propaganda ed esporre ai media le persone minori solo per raccogliere consensi in merito a un referendum che rischia di cambiare in negativo l’assetto giudiziario dell’Italia è una mossa meschina, oltre che pericolosa. Un’ultimissima considerazione: se la famiglia si chiamasse Ahmed, i genitori Mohammed e Fatima e vivessero in un casolare abbandonato della periferia foggiana, parleremmo ancora di libertà individuale o invocheremmo lo sgombero immediato?

Aurora Colantonio