Mappa del corso del fiume Nilo. (Foto di Medium69 via Wikimedia Commons / Licenza CC BY-SA 4.0)
Nel Sudan in conflitto da quasi quattro anni, i fronti non rimangono mai statici a lungo. Si muovono, si contraggono, riemergono dove l’attenzione globale si affievolisce. È qui che si osserva una nuova fase di scontri e movimenti militari che riportano la città di Kurmuk al centro dell’attenzione.
Secondo fonti militari e media internazionali, l’esercito sudanese avrebbe aumentato le operazioni nella zona con l’intento di rafforzare le proprie posizioni e diminuire la presenza delle RSF nell’area, le cui manovre politiche erano già state delineate quando si è iniziato a formare un governo parallelo nel Darfur, rendendo l’area cruciale per i collegamenti tra il Sudan orientale e le regioni interne del Paese.
Ciò che sta accadendo attualmente nello Stato del Nilo Azzurro e lungo il confine orientale con l’Etiopia riporta Kurmuk al centro delle analisi militari, delle valutazioni e delle organizzazioni umanitarie.
Ed è proprio qui, in questa zona periferica e lontana dalle rotte mediatiche più frequentate, che si sta sviluppando la nuova fase del conflitto tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF).
Una fase che non ha ancora raggiunto un punto di rottura definitivo, ma che mostra chiaramente una direzione: il tentativo dell’esercito regolare di riacquisire il controllo di un’area strategica affacciata su uno dei confini più facilmente attraversabili dell’intero Corno d’Africa.
Kurmuk, piccola città di confine e di transito, assume un’importanza enorme rispetto alle sue dimensioni nel contesto della guerra in Sudan. Il Paese, d’altronde, si trova a fronteggiare una situazione drammatica in cui, tra conflitto e colera, il Sudan affronta una crisi umanitaria senza precedenti.
La sua posizione, infatti, situata nello Stato del Blue Nile e a ridosso del confine con l’Etiopia, la rende un punto di snodo naturale tra le regioni orientali del Sudan e le direttrici interne che si dirigono verso ovest.
Da anni quest’area rappresenta uno dei punti più critici del Paese. Il Blue Nile, insieme al South Kordofan, è stato al centro di tensioni e scontri anche prima dell’inizio della guerra nel 2023, seguendo dinamiche di lungo corso già analizzate studiando la dimensione climatica del conflitto nel Darfur.
Qui opera da tempo lo SPLM-N, un movimento armato che richiede una maggiore autonomia politica per alcune regioni periferiche del Sudan e che ha mantenuto una presenza militare significativa nonostante i vari tentativi di cessate il fuoco registrati negli anni.
Il controllo di Kurmuk assume quindi un’importanza che va oltre il mero simbolismo. Non a caso, controllarla significa gestire movimenti. Non solo militari, ma anche logistici: rifornimenti, transiti, linee di comunicazione che si estendono fino allo Stato di Sennar.
È una geometria della guerra composta da strade secondarie, valichi informali e territori difficili da stabilizzare. Non sorprende che la città sia passata più volte di mano negli ultimi mesi.
Le RSF l’avevano occupata durante la loro espansione nel Nilo Azzurro, consolidando la loro presenza anche grazie a dinamiche locali complesse e a rapporti con attori armati della regione, tra cui alcune componenti del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord (SPLM-N al-Hilu). Un mosaico instabile, in cui alleanze e interessi si sovrappongono senza mai stabilizzarsi.
La controffensiva dell’esercito
La risposta delle Forze Armate Sudanesi non è giunta in un’unica azione, ma attraverso una serie di avanzate graduali, quasi a cerchi concentrici.
All’inizio di maggio, le SAF hanno riacquisito il controllo di una guarnigione ad Al-Keili, a nord di Kurmuk. Questo è stato il primo segnale di una strategia più ampia: non un assalto diretto alla città, ma un progressivo soffocamento delle sue vie d’accesso.
Ogni villaggio riconquistato non rappresentava solo un avanzamento territoriale, ma un restringimento del perimetro entro cui le forze paramilitari potevano operare.
Infine, la pressione si è concentrata sui corridoi settentrionali, con il controllo di diverse località nell’area di Qaysan, considerate cruciali per eventuali collegamenti transfrontalieri.
È una guerra di logoramento più che di sfondamento. La città, in questo schema, appare sempre più come un nodo isolato, piuttosto che come una posizione da conquistare frontalmente.
Il confine con l’Etiopia come variabile strategica
A rendere la situazione ancora più delicata è la vicinanza con l’Etiopia. Il confine orientale del Sudan non è una linea netta, ma una fascia permeabile, attraversata da flussi storici di persone, commerci e, in tempi di guerra, anche traffici militari.
Per le RSF, il controllo di quest’area ha rappresentato un’opportunità per mantenere continuità logistica tra diverse regioni del Paese. Per le SAF, al contrario, interrompere queste connessioni significa ridurre la capacità di resistenza del nemico su più fronti contemporaneamente.
In questa prospettiva, il Blue Nile non è una periferia del conflitto, ma uno dei suoi punti più critici. Un’area in cui la geografia stessa diventa un fattore militare.
Una popolazione intrappolata tra due avanzate
Mentre le linee del fronte si spostano, la popolazione civile rimane quasi immobile. Migliaia di persone hanno abbandonato la città e i villaggi circostanti negli ultimi mesi, dirigendosi soprattutto verso Ad-Damazin, che si è trasformata in un centro di raccolta improvvisato per sfollati.
I monitoraggi territoriali dell’IOM e i rapporti che giungono dalla regione descrivono una quotidianità caratterizzata da spostamenti continui, accesso limitato agli aiuti umanitari e infrastrutture già fragili messe ulteriormente sotto pressione dal conflitto.
In un Paese dove la guerra ha già generato milioni di sfollati, il Nilo Azzurro rappresenta oggi uno dei nuovi epicentri di una crisi che si espande piuttosto che concentrarsi.
Un conflitto che si espande per aree, non per linee. La guerra in Sudan non segue più una linea del fronte tradizionale. Si muove per aree, per sacche territoriali, per zone di influenza che si accendono e si spengono nel tempo.
Mentre il Blue Nile diventa teatro di una nuova fase dell’offensiva governativa, il Darfur rimane saldamente in gran parte sotto il controllo delle RSF, con episodi di violenza che continuano a colpire anche i civili.
In alcune aree, attacchi con droni e scontri locali confermano una frammentazione sempre più evidente del conflitto. La guerra si è trasformata in una costellazione di fronti interconnessi, dove ogni avanzata in una regione ha effetti indiretti su un’altra.
Kurmuk: simbolo di una guerra senza equilibrio
A quasi quattro anni dall’inizio delle ostilità, il Sudan appare come uno Stato attraversato da linee mobili, dove il controllo del territorio è temporaneo e spesso reversibile.
In questo contesto, questa piccola città diventa qualcosa di più di un obiettivo militare. È un punto di equilibrio instabile, un luogo in cui si concentrano le tensioni di un conflitto che non ha ancora trovato una direzione definitiva.
L’esercito avanza, le RSF si ridispiegano, il fronte si assottiglia e si ricompone. E nel mezzo, lungo le strade polverose del Nilo Azzurro, resta una popolazione che continua a vivere dentro la guerra, senza sapere quale sarà il prossimo spostamento della linea del fronte.