Gli effetti tossici della guerra a Gaza, studio ISDE

Gli effetti tossici della guerra a Gaza, studio ISDE 2

Le ripercussioni di un conflitto armato non si esauriscono con la cessazione delle ostilità. Oltre al bilancio delle vittime immediate, ai feriti e alla devastazione materiale, ogni guerra lascia spesso un’impronta più silenziosa ma altrettanto perniciosa: quella della contaminazione dell’ambiente. È su questo aspetto che si focalizza un nuovo studio pubblicato sul British Medical Journal intitolato The hidden burden of war toxicity in Gaza, redatto da Giovanni Ghirga e Rocco Santarone di ISDE Italia.

Il documento mette in luce gli effetti tossici del conflitto a Gaza. Secondo gli autori, le esplosioni, gli incendi, il crollo degli edifici e la devastazione delle infrastrutture civili stanno causando un inquinamento diffuso che avrà ripercussioni sanitarie durature per anni, magari decenni.

Il monito non riguarda solo il presente. La principale preoccupazione è l’effetto a lungo termine sulla popolazione civile, esposta quotidianamente a polveri inquinate, residui chimici e materiali pericolosi disperso nell’aria, nell’acqua e nel suolo.

Le macerie come fonte di inquinamento

Ogni edificio distrutto rappresenta una potenziale fonte di sostanze nocive. Cemento polverizzato, vernici industriali, tubazioni, materiali isolanti e componenti metallici vengono frantumati dalle esplosioni e trasformati in particelle sottili facilmente inalabili.

Tra i contaminanti identificati dagli esperti ci sono metalli pesanti, amianto, residui di combustione e particolato fine. Questi elementi possono restare sospesi nell’aria o depositarsi sul suolo, infiltrandosi gradualmente nelle falde acquifere e nella catena alimentare.

In contesti urbani densamente abitati come Gaza, dove milioni di persone vivono concentrate in spazi ristretti, l’impatto di tale inquinamento risulta amplificato. Le zone bombardate diventano ambienti ad alto rischio per la , soprattutto in mancanza di sistemi adeguati di bonifica e monitoraggio ambientale.

La situazione è ulteriormente complicata dalla distruzione delle reti idriche e fognarie, che rende ancora più difficile il controllo della qualità dell’acqua e aumenta il rischio di diffusione di agenti tossici e patogeni.

L’amianto e il rischio di malattie respiratorie

Uno degli aspetti più allarmanti evidenziati nello studio riguarda la possibile dispersione di amianto derivante dagli edifici danneggiati. Questo materiale, utilizzato per decenni nell’edilizia, è noto per la sua alta tossicità quando le fibre vengono inalate.

Le particelle di amianto possono causare malattie respiratorie croniche, fibrosi polmonare e tumori aggressivi come il mesotelioma pleurico. Il problema principale è che queste malattie spesso si manifestano molti anni dopo l’esposizione iniziale, rendendo difficile collegare direttamente la patologia all’evento bellico originario.

La popolazione civile, e in particolare bambini, anziani e soccorritori, è costantemente esposta alle polveri generate dai crolli. In assenza di dispositivi di protezione e di sistemi adeguati per la rimozione delle macerie, il rischio per la salute aumenta in modo esponenziale.

Metalli pesanti e sostanze chimiche nel suolo e nell’acqua

Le esplosioni di ordigni e munizioni possono rilasciare nell’ elevate quantità di sostanze tossiche. Piombo, mercurio, cadmio e altri metalli pesanti tendono ad accumularsi nel terreno e nelle risorse idriche, entrando successivamente nel ciclo alimentare.

Secondo diversi studi condotti in altre zone di conflitto, l’esposizione prolungata a questi contaminanti può causare disturbi neurologici, alterazioni nello sviluppo infantile, problemi cardiovascolari e danni agli organi interni.

Particolarmente vulnerabili risultano le donne in gravidanza e i bambini. Alcune sostanze tossiche possono infatti interferire con lo sviluppo fetale, aumentando il rischio di malformazioni congenite, problematiche cognitive e complicazioni neonatali.

Gli autori sottolineano come l’assenza di infrastrutture sanitarie funzionanti renda quasi impossibile l’attuazione di programmi sistematici di prevenzione e controllo epidemiologico.

Le guerre moderne producono conseguenze che si estendono ben oltre il periodo delle ostilità. Gli effetti dell’inquinamento tossico possono manifestarsi lentamente nel corso degli anni, incidendo sulla salute delle generazioni future.

Le popolazioni che abitano in territori contaminati spesso mostrano un aumento dell’incidenza di tumori, malattie endocrine e disturbi immunitari. In alcuni casi, l’esposizione prenatale a sostanze tossiche può portare a effetti permanenti sullo sviluppo neurologico dei bambini.

A Gaza, spiegano gli esperti, il rischio è amplificato dall’elevata densità abitativa e dalla limitata possibilità di evacuazione della popolazione. Molti civili continuano infatti a vivere tra le macerie o in aree vicine ai siti bombardati, respirando quotidianamente aria inquinata.

Il collasso delle strutture sanitarie

A rendere la situazione ancora più grave contribuisce il deterioramento del sistema sanitario locale. Ospedali danneggiati, carenza di medicinali, interruzioni dell’energia elettrica e scarsità di personale medico limitano fortemente la capacità di risposta alle emergenze.

In un contesto simile diventa estremamente difficile diagnosticare tempestivamente le patologie legate all’inquinamento ambientale o avviare programmi di sorveglianza epidemiologica.

Le strutture sanitarie, già sotto pressione a causa dell’elevato numero di feriti e sfollati, devono affrontare anche le conseguenze indirette del conflitto: infezioni respiratorie, contaminazione dell’acqua potabile e aumento delle malattie croniche.

Le lezioni apprese da altri conflitti

Il legame tra e inquinamento ambientale non è una novità nella storia recente. Numerosi precedenti internazionali hanno dimostrato come i conflitti armati possano lasciare pesanti eredità tossiche.

Dai Balcani all’Iraq, passando per il Vietnam, diversi studi scientifici hanno documentato aumenti di tumori, malattie respiratorie e anomalie congenite nelle popolazioni esposte ai contaminanti generati dalle operazioni militari. In molte di queste aree, gli effetti sulla salute sono emersi anche molti anni dopo la fine dei combattimenti.

Il caso di Gaza presenta inoltre una criticità ulteriore: la presenza di una popolazione estremamente concentrata in un territorio limitato, con scarse possibilità di accesso a cure, acqua potabile e ambienti sicuri.

Tra le priorità indicate vi sono il monitoraggio della qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo, la valutazione epidemiologica della popolazione esposta e l’avvio di programmi di bonifica ambientale.

Patricia Iori