Si conclude con dodici condanne un processo giudiziario che ha attraversato quasi dieci anni. Il Tribunale di Bari ha accertato la responsabilità di altrettanti attivisti legati a CasaPound per la violazione della legge Scelba, che proibisce la riorganizzazione del partito fascista sotto qualsiasi forma. A tutti è stata inflitta anche la sospensione dei diritti politici per cinque anni.
Le pene variano: cinque imputati dovranno scontare un anno e sei mesi di carcere, mentre per altri sette la condanna è stata più severa, di due anni e sei mesi. Questi ultimi sono stati ritenuti responsabili anche di lesioni personali aggravate. Le motivazioni della sentenza saranno comunicate entro novanta giorni, ma il dispositivo letto in aula ha già avuto un forte impatto politico e simbolico.
Il collegio giudicante ha riconosciuto la sussistenza degli estremi degli articoli 1 e 5 della legge Scelba, contestando agli imputati la partecipazione a eventi pubblici caratterizzati da richiami e modalità riconducibili all’ideologia fascista, incluso l’utilizzo di pratiche violente definite di stampo “squadrista”.
L’aggressione neofascista nel quartiere Libertà di Bari
I fatti risalgono alla sera del 21 settembre 2018, nel quartiere libertà del capoluogo pugliese. Un gruppo di attivisti antifascisti stava tornando da una manifestazione organizzata pochi giorni dopo una visita istituzionale dell’allora ministro dell’Interno, matteo salvini. Il corteo antirazzista “Mai con Salvini” aveva manifestato dissenso verso le politiche migratorie del governo gialloverde, la cui direzione era nelle mani di giuseppe conte. In particolare, le politiche anti-migratorie venivano tradotte in decreti sicurezza del Governo.
Stando a quanto accertato dagli investigatori della Digos, l’aggressione dei membri di CasaPound sarebbe avvenuta nei pressi di una sede locale riconducibile al movimento. Le immagini delle telecamere di sorveglianza, insieme alle testimonianze raccolte, hanno consentito di delineare una dinamica violenta: colpi inferti con oggetti contundenti come manganelli telescopici, sfollagente, manubri da palestra e cinture, oltre a calci e pugni.
Tra le persone colpite figuravano l’allora eurodeputata Eleonora Forenza, il suo collaboratore Antonio Perillo, Giacomo Petrelli e Claudio Riccio, esponenti di realtà politiche della sinistra. Le vittime si sono costituite parti civili insieme ad associazioni e istituzioni locali, tra cui l’Anpi, il Comune di bari e la Regione puglia. Il tribunale ha disposto risarcimenti in loro favore.
Il luogo indicato come teatro dell’aggressione è rimasto chiuso da allora. Il procedimento giudiziario, iniziato anni dopo i fatti, è stato accompagnato da presidi antifascisti organizzati all’esterno del tribunale in occasione delle udienze. La sentenza è giunta a distanza di sette anni dall’episodio, definito dalla Procura come un’azione coordinata ispirata da un preciso orientamento ideologico.
A seguito dell’aggressione squadrista, bari non è rimasta in silenzio di fronte alle ondate di odio e violenza neofascista: ci fu una manifestazione che animò la città. Quelle stesse persone, scese in piazza, chiedevano – e chiedono – solo una cosa: riconoscere il fascismo, dargli un nome, verbalizzare che esiste e che agisce nei territori. E dopo questo, sradicarlo con ogni mezzo necessario.
Non tutti gli imputati sono stati condannati: cinque persone sono state assolte. Tuttavia, per dodici di loro il tribunale ha ritenuto provata la partecipazione a una condotta che, oltre alla violenza fisica, avrebbe rappresentato una modalità di azione politica vietata dall’ordinamento repubblicano. Il giudice ha disposto anche la privazione dei diritti politici per cinque anni ai danni degli aggressori.
La reazione delle opposizioni
L’esito del processo contro CasaPound riguardo alla riorganizzazione del partito fascista ha immediatamente riacceso il dibattito politico a livello nazionale. Dai banchi dell’opposizione si sono levate richieste pressanti affinché il governo prenda provvedimenti nei confronti di CasaPound. In particolare, è stato sollecitato lo scioglimento del movimento e lo sgombero dell’immobile occupato a roma, in via Napoleone III, sede storica dell’organizzazione.
Esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle hanno chiesto un’informativa urgente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Secondo queste forze politiche, la pronuncia del tribunale barese costituirebbe un riconoscimento formale della natura neofascista del movimento, rendendo necessario un intervento coerente con i principi costituzionali.
Il richiamo alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che vieta la riorganizzazione del partito fascista, è stato al centro degli interventi parlamentari. Alcuni deputati hanno evocato precedenti storici, come lo scioglimento di Ordine Nuovo negli anni Settanta, per sollecitare un’azione analoga.
Soddisfazione è stata espressa anche dalle persone offese e dai rappresentanti delle associazioni che si erano costituite nel processo. Eleonora Forenza ha parlato di una decisione che conferma quanto denunciato fin dalla notte dell’aggressione, sottolineando come la sentenza non abbia soltanto un valore penale ma anche politico e culturale.
Il re è nudo
Mentre si attendono le motivazioni della sentenza contro CasaPound, il caso barese appare destinato ad avere ripercussioni oltre i confini locali. Il tema dello scioglimento di movimenti considerati neofascisti torna al centro dell’agenda politica, intrecciando diritto penale, ordine pubblico e memoria storica. Una memoria storica che, fino ad oggi, sembrava essere in secondo piano. Fino ad oggi. Fino a quando, per un tribunale della Repubblica Italiana, ha deciso di contestare – come poche volte nella storia – il reato previsto dalla legge Scelba del 1952, la riorganizzazione del partito fascista.
La sentenza di oggi rappresenta un passo significativo, in particolare a livello legislativo. CasaPound è un’organizzazione fascista: la soluzione politica non è soltanto quella di sgomberare le sedi, ma sciogliere il movimento. Nominare le cose per ciò che sono è fondamentale, ma non solo nel nome della Costituzione italiana: è essenziale applicare le norme, ma è anche necessario prevenire ed eliminare tutto ciò che rappresenta pericolo, violenza, discriminazione.
La sentenza del Tribunale di Bari contro CasaPound mette in luce un’ulteriore contraddizione, sempre più evidente e insostenibile. Per molti anni, lo Stato ha duramente colpito e limitato i movimenti antifascisti, i cortei e gli spazi autogestiti, nel nome della sicurezza e della legalità. Nonostante ciò, mentre sgomberi continuano a piovere sulle grandi città e mentre “repressione” sembra essere l’unica parola chiave delle politiche pubbliche, lo stesso Stato non ha mai accennato alcun tipo di azione nei confronti di un gruppo che, oltre ad occupare un palazzo nel cuore di Roma, è chiaramente organizzato, radicato e riconosciuto, e proprio per questo legittimato dalla complicità delle istituzioni.
Il re è dunque nudo: una nudità che già si conosceva, che è possibile vedere a chilometri di distanza. Una nudità che evidenzia la postura delle istituzioni e la tolleranza che alcuni partiti hanno nei confronti delle organizzazioni neofasciste, poiché collegati dalla stessa storia. Oggi è stato tracciato un solco, una linea da seguire, dove “ordine e sicurezza” non possono essere parole neutre, dove le leggi si applicano se esistono e perché esistono, dove l’antifascismo è la parola chiave nel nome del bene comune.