Nel Lago di Lys sono stati trovati degli inquinanti

Nel Lago di Lys sono stati trovati degli inquinanti 2

L’attenzione verso i ghiacciai alpini, simboli della purezza e della natura incontaminata, si è recentemente focalizzata su un fenomeno allarmante: la presenza di inquinanti chimici persistenti, spesso definiti “eterni” per la loro capacità di resistere alla degradazione ambientale per decenni nel Lago di Lys. Queste sostanze, notoriamente tossiche e inclini alla bioaccumulazione lungo la catena alimentare, rappresentano non solo un pericolo per gli ecosistemi montani, ma possono anche raggiungere le comunità umane attraverso le acque di fusione che alimentano fiumi e laghi a valle.

Il recente studio condotto sul Monte Rosa dimostra che anche queste altitudini non sono esenti dall’impatto umano. Il ghiacciaio del Lys, situato sul versante meridionale del massiccio, si è dimostrato particolarmente suscettibile, con livelli di inquinanti comparabili a quelli riscontrati in altre catene montuose a livello globale, dalle Alpi svizzere alle montagne scandinave e fino alle Ande.

Le acque di fusione come riflesso della contaminazione

Il processo di scioglimento dei ghiacciai, accelerato dai cambiamenti climatici, funge da meccanismo di rilascio per questi contaminanti. Le acque di fusione, che fino a qualche decennio fa erano considerate tra le più pure del pianeta, oggi trasportano tracce chimiche accumulate nel ghiaccio nel corso degli anni. La Valle d’, con il suo bacino del Lys, è diventata un campo di monitoraggio che cerca di quantificare questa realtà emergente.

Secondo i dati raccolti da Greenpeace , le concentrazioni rilevate sono significative e indicano un livello di contaminazione paragonabile a quello registrato in altre località alpine o montane distanti, confermando come i cosiddetti “inquinanti persistenti” non riconoscano confini geografici.

Il fatto che sostanze chimiche industriali o derivanti da pesticidi possano giungere fino ai ghiacciai di alta quota non sorprende più i ricercatori, ma la conferma tangibile della loro presenza in luoghi così remoti resta allarmante.

Fino ad ora, la letteratura scientifica si è principalmente concentrata sulle regioni alpine centrali o settentrionali, mentre l’arco alpino meridionale e i ghiacciai della erano stati oggetto di studi limitati. La scarsità di dati ha lasciato un vuoto di conoscenze riguardo ai rischi ambientali e sanitari associati allo scioglimento dei ghiacciai nella zona, rendendo i nuovi campionamenti particolarmente significativi.

L’intervento di Greenpeace Italia

L’organizzazione ambientalista ha condotto due serie di campionamenti nel 2025 sul versante meridionale del Monte Rosa, focalizzandosi sul ghiacciaio del Lys e sul Lago di Lys, dove la concentrazione di contaminanti si è rivelata più elevata rispetto ad altre aree circostanti. Le sostanze identificate appartengono principalmente alla categoria dei cosiddetti “inquinanti organici persistenti” (POP), chimici sintetici difficilmente degradabili che comprendono pesticidi storici, PCB e altri composti industriali.

I dati raccolti sono stati messi a confronto con altre indagini condotte in aree alpine europee e in catene montuose extraeuropee, rivelando un panorama uniforme: i ghiacciai, pur essendo distanti dalle fonti di emissione, fungono da serbatoi e trasportatori di contaminanti che rimangono attivi per decenni. Greenpeace ha confermato come la presenza di questi inquinanti in ambienti ad alta quota rappresenti un chiaro segnale della pressione globale dell’uomo sulla natura.

Il Lago di Lys: un punto critico

Particolare attenzione è stata dedicata al Lago di Lys, situato a ridosso del ghiacciaio, dove le concentrazioni rilevate superano quelle delle acque correnti più a valle. Questo bacino funge da prima raccolta delle acque di fusione, amplificando l’effetto delle sostanze chimiche presenti. L’osservazione rivela come i laghi glaciali possano diventare indicatori sensibili dello stato di ambientale dei ghiacciai circostanti e offrire un segnale precoce di contaminazione per i sistemi idrici più ampi.

Il fenomeno non è limitato solo alla Valle d’Aosta: in diverse regioni montane del , laghi e bacini glaciali stanno registrando un incremento di sostanze chimiche persistenti.

L’urgenza di ulteriori studi

Nonostante l’allerta sollevata dai risultati dei campionamenti, gli studi sulla contaminazione dei ghiacciai alpini italiani rimangono ancora insufficienti. La scarsità di dati compromette la possibilità di comprendere l’estensione reale del fenomeno e di valutare i potenziali effetti a lungo termine su ecosistemi e popolazioni locali.

La ricerca scientifica suggerisce che l’accumulo di POP e altre sostanze chimiche nei ghiacciai può influenzare non solo la fauna e la flora montana, ma anche la qualità dell’acqua destinata all’irrigazione, al consumo umano e alla produzione energetica. Il ghiaccio, quindi, non è più solo un indicatore di cambiamento climatico, ma diventa anche un archivio chimico della nostra impronta ecologica globale.

Gli effetti dei contaminanti persistenti sono ben documentati: accumulandosi negli organismi viventi, possono alterare il metabolismo, provocare disturbi endocrini e danneggiare la riproduzione di animali e piante. Nei laghi e nei fiumi che ricevono acque di fusione dai ghiacciai, queste sostanze si muovono lungo la catena alimentare, raggiungendo concentrazioni potenzialmente rilevanti anche negli esseri .

In montagna, dove le comunità locali dipendono fortemente dall’acqua glacializzata per usi domestici e agricoli, la presenza di contaminanti può avere conseguenze dirette e indirette. Per questo motivo, le rilevazioni effettuate sul Monte Rosa costituiscono un monito: proteggere i ghiacciai non significa solo preservare paesaggi spettacolari, ma anche salvaguardare la sicurezza idrica e la salute pubblica.