Incendi, inondazioni, temperature record. I dati sono evidenti a tutti. Eppure, il negazionismo ambientale persiste. Questo fenomeno rappresenta una trappola nella quale la nostra mente, evolutivamente non attrezzata ad affrontare minacce lente e globali, rischia di cadere.
L’umanità ha a lungo cercato conforto nella scienza, nei dati e nelle ricerche che chiarivano ciò che appariva caotico e disordinato. La necessità di esplorare e comprendere il mondo si è tradotta in una frenesia di misurazione e categorizzazione della realtà: abbiamo trovato nelle indagini meticolose il senso delle cose, escludendo dalla realtà ogni forma di trascendenza. Proprio per questo motivo la scienza dovrebbe fungere da solido riferimento quando l’ambiente che ci circonda sembra instabile.
Tuttavia, nonostante la comunità scientifica abbia evidenziato il grave danno che stiamo infliggendo al pianeta, alcuni di noi continuano a fuggire da queste evidenze. Perché, invece di aggrapparci al porto sicuro che abbiamo costruito nel corso di millenni, continuiamo a negare fatti ottenuti con una precisione senza precedenti? In un mondo dominato dal progresso tecnico, quale valore ha il negazionismo ambientale? Come è possibile che esista una resistenza così profonda e spesso controintuitiva di fronte a una realtà divenuta ormai così chiara?
Il paradosso del negazionismo
Il negazionismo ambientale non è solamente un errore di valutazione, ma un atteggiamento di rifiuto sistematico dei risultati scientifici. La nostra responsabilità ci viene richiamata non solo attraverso rapporti di UNEP, IPCC e IPBES, ma anche tramite immagini, video e testimonianze di ciò che in diverse parti del mondo ha già iniziato a manifestarsi come un disastro evidente e tangibile.
Senza dubbio, l’economia e la politica svolgono un ruolo cruciale: comportamenti come quelli di donald trump e Jair Bolsonaro dimostrano non tanto una distorsione percettiva della realtà, quanto piuttosto una condotta opportunistica.
Al di là delle convenienze politiche, la stessa struttura del fenomeno che sta lentamente devastando habitat ed ecosistemi solleva questioni etiche significative, che in parte potrebbero rendere più comprensibile – sebbene non del tutto giustificabile – l’atteggiamento di coloro che si rifiutano di confrontarsi con la realtà.
La tempesta morale perfetta
Stephen M. Gardiner, un filosofo americano, definisce il cambiamento climatico come “la tempesta morale perfetta”, un concetto che riprende il titolo di un suo libro. Questa espressione evoca la convergenza di tre problemi che rendono la questione ambientale estremamente complessa. Le tre novità del cambiamento climatico riguardano:
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La spazialità globale del fenomeno.
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La sua natura intergenerazionale.
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La nostra inettitudine teorica.
La sua spazialità
Il cambiamento climatico è un fenomeno globale che coinvolge non solo l’umanità, ma tutti gli esseri viventi del pianeta. Un’estensione di questo tipo rende estremamente difficile per ogni individuo comprendere il valore delle proprie scelte individuali: un’azione isolata appare insignificante se non supportata da un coordinamento internazionale. Non sono le decisioni individuali a fare la differenza, ma le scelte politiche ed economiche che i nostri paesi prendono quotidianamente. Secondo Gardiner, le nostre istituzioni non sono, in effetti, pronte per operazioni di collaborazione di questo genere, spingendo i singoli a una deresponsabilizzazione.
Discutere di coordinamento globale significherebbe inoltre sollevare importanti interrogativi riguardo alle effettive responsabilità di ciascun paese: non tutte le nazioni hanno contribuito in ugual misura alla situazione attuale. È eticamente problematico applicare sanzioni ambientali uniformi a tutti i paesi, poiché ciò ignora il vantaggio storico accumulato dalle potenze già industrializzate. Mentre i paesi sviluppati hanno raggiunto il benessere attraverso l’uso sconsiderato delle risorse e l’inquinamento, le nazioni emergenti si trovano oggi a dover crescere sotto restrizioni ambientali molto severe. Dovremmo riconoscere una distinzione nelle responsabilità e, di conseguenza, anche nelle misure relative da adottare, anche se questo significasse rallentare notevolmente le azioni necessarie per invertire la tendenza attuale?
L’uso di determinati termini piuttosto che di altri riflette anche la consapevolezza di dinamiche politiche complesse. Riferirsi all’Antropocene per descrivere l’attuale epoca geologica implica riconoscere un’influenza indistinta del ruolo dell’Uomo sull’ambiente. Al contrario, parlare di Capitalocene implica una presa di posizione politica: significa riconoscere la responsabilità di un modello economico specifico nel processo di trasformazione dell’ambiente.
La sua intergenerazionalità
I danni che stiamo infliggendo al pianeta stanno progressivamente assumendo la forma di pericoli intergenerazionali. I cambiamenti in atto oggi potrebbero avere ripercussioni decisive per le generazioni future, che potrebbero trovarsi a dover prendere decisioni estreme di fronte a condizioni ormai irreversibili.
Le generazioni attuali hanno qualche obbligo morale nei confronti di quelle future? Nei confronti di coloro che ancora non esistono?
Il buon senso ci spinge a desiderare la continuità della nostra specie, ma come tradurre questa consapevolezza in una scelta politica? La storia dimostra infatti come spesso le nostre scelte politiche siano influenzate dall’interesse immediato: il sacrificio collettivo è giustificato solo in presenza di un beneficio tangibile a breve termine. L’interesse delle generazioni future viene quindi subordinato ai nostri vantaggi immediati.
Inettitudine teorica
Non sempre i nostri strumenti concettuali sembrano adeguati per affrontare questioni così complesse, come ad esempio la giustizia nei confronti delle generazioni future o delle specie non umane.
È necessario interrogarsi su temi che fino ad ora non sono stati sollevati con tanta urgenza. Emergono interrogativi che riguardano nuovi soggetti morali, di cui è necessario valutare i diritti: dobbiamo considerare non solo gli animali, ma anche gli ecosistemi e gli ambienti.
Una trappola evolutiva?
Elena Casetta, nel suo libro Filosofia dell’ambiente, propone un punto di vista interessante: il negazionismo potrebbe essere una reazione maladattiva dell’essere umano.
Gli animali tendono a utilizzare i segnali che si sono dimostrati affidabili nel corso del tempo evolutivo come criteri per valutare le loro azioni. Tuttavia, in natura esistono fenomeni noti come trappole evolutive: a seguito di un’improvvisa alterazione dell’ambiente, l’organismo prende decisioni basate su segnali ambientali che in precedenza erano stati considerati affidabili e che ora, inaspettatamente, portano a conseguenze disastrose o letali.
L’essere umano, come gli altri animali, deve adattarsi a cambiamenti ambientali rapidi: anche noi tendiamo ad agire sulla base di impulsi provenienti dall’ambiente, che consideriamo attendibili. Secondo l’autrice, alcune di queste scelte maladattive potrebbero essere influenzate da biases, ovvero pregiudizi o limiti cognitivi che derivano dalla nostra stessa evoluzione. Risposte all’ambiente che finora sono state considerate funzionali alla nostra sopravvivenza vengono perpetuate dall’uomo anche in un contesto completamente diverso, portandolo a cadere in una trappola adattiva.
La ricerca neuroscientifica e la psicologia evolutiva rivelano una difficoltà, nell’essere umano, a comprendere grandi minacce che si manifestano in modo estremamente lento: la nostra mente sembra essere predisposta a rispondere a fenomeni e pericoli di cui possiamo percepire immediatamente il rischio. Quando questi eventi non appaiono imminenti e assumono una complessità tale da non consentirci di afferrare le cause interne, l’essere umano sembra reagire in modo poco efficace.