Ci siamo adattati a panorami decisamente più problematici di una turbina eolica. Ci siamo integrati talmente bene da definirli industria, occupazione, sicurezza energetica, progresso, e talvolta persino normalità. Ciminiere che si affacciano sul mare. Raffinerie impiantate lungo le coste. Fiaccole, tubi, banchine, serbatoi, recinzioni, piattaforme offshore, camion, odore di carburante e metallo. Intere porzioni di Mediterraneo trasformate in retrobottega fossile, con la cartolina lasciata qualche chilometro più in là, dove è ancora possibile immortalare l’acqua senza inquadrare il conto.
Poi giungono le turbine eoliche e il paesaggio torna a mostrarsi vulnerabile. Questo accade a Orvieto, dove il progetto Phobos prevede un impianto composto da 7 aerogeneratori da 6 MW ciascuno, per una potenza totale di 42 MW, tra Castel Giorgio e Orvieto. La scheda del Ministero dell’Ambiente menziona opere civili, elettriche e infrastrutture correlate; la Regione Umbria ha avviato il riesame in autotutela del silenzio-assenso, dopo settimane di tensione politica e mediatica. Tre turbine nel territorio di Castel Giorgio, quattro in quello di Orvieto. Abbastanza per innescare un caso nazionale. Abbastanza per far rientrare il vento nella categoria delle cose che suscitano timore quando smettono di essere poesia e diventano impianto.
Il vento produce rumore
La protesta contro Phobos ha trovato una voce molto ascoltata anche al di fuori dell’Umbria. L’intervento radiofonico di fiorello ha conferito al caso una risonanza popolare, quella che spesso le pratiche amministrative ricevono solo quando escono dai faldoni e si inseriscono nel linguaggio comune. Ha parlato di impatto devastante, di turbine alte oltre 200 metri, di una zona turistica e rurale da tutelare. Il punto di vista è chiaro: il paesaggio umbro possiede un valore storico, agricolo, turistico e identitario, e un impianto di tale grandezza lo modificherebbe in modo evidente. Su questo, fingere leggerezza sarebbe inappropriato. Una turbina eolica alta centinaia di metri entra nell’orizzonte, lo interrompe, lo trasforma.
Tuttavia, il paesaggio deve essere difeso con una memoria completa, altrimenti diventa un argomento conveniente. La stessa italia che si commuove di fronte alle colline dell’Orvietano ha tollerato per decenni coste molto più compromesse da impianti fossili. A Sarroch, nella sardegna meridionale, la raffineria Sarlux ha una capacità di lavorazione superiore a 15 milioni di tonnellate all’anno, equivalente a 300 mila barili al giorno, e contribuisce per circa il 21% alla capacità di raffinazione italiana. È uno dei più grandi impianti del Mediterraneo per capacità produttiva e complessità strutturale. Si trova sulla costa, vicino al mare, all’interno di un paesaggio che da tempo ha dovuto fare spazio a un gigante industriale ben più ingombrante di qualsiasi retorica ecologica o anti-ecologica.
In sicilia la ferita è ancora più ampia. Il Sito di Interesse Nazionale di Priolo comprende circa 4.000 ettari a terra e 10.129 ettari a mare nei territori di Augusta, Priolo, Melilli e siracusa, inclusa la Rada di Augusta. Si tratta di un’ampia porzione della costa orientale siciliana che è entrata nella storia industriale italiana attraverso chimica, petrolchimica, raffinerie, porti, depositi, bonifiche infinite e vita quotidiana accanto agli impianti. Qui il paesaggio è stato modificato in profondità, e da molto tempo. Tuttavia, quella trasformazione pesa meno nell’immaginario nazionale, poiché il fossile ha avuto decenni per diventare sfondo.
Le ferite meno visibili
La differenza risiede anche nello sguardo. Una turbina eolica è immediatamente visibile, poiché introduce nel paesaggio una forma nuova, verticale e mobile. Una raffineria, dopo un certo periodo, diventa geografia. La piattaforma petrolifera al largo si inserisce nella linea dell’orizzonte come un dettaglio tecnico. La fiaccola accesa diventa una luce distante. Il deposito costiero smette di apparire come un’eccezione e inizia a sembrare parte del luogo. Il Ministero dell’Ambiente mantiene l’elenco delle strutture marine nell’offshore italiano, con piattaforme, teste pozzo sottomarine e unità galleggianti di stoccaggio temporaneo aggiornate al 31 dicembre 2025. Nel documento figurano anche strutture legate al Canale di Sicilia, come l’unità galleggiante di Pozzallo a supporto della piattaforma Vega A.
Questo confronto è utile per mantenere unite due questioni che spesso vengono separate per comodità. Le rinnovabili hanno un impatto, senza dubbio. Terreni, visuali, strade di accesso, elettrodotti, cantieri, avifauna, beni culturali, turismo lento, agricoltura: tutto deve essere valutato con serietà. La parola “verde” da sola ha già causato abbastanza danni quando è stata utilizzata come lasciapassare. Tuttavia, anche il fossile ha avuto e continua ad avere un impatto, solo che lo ha distribuito nel tempo, lo ha trasformato in occupazione, lo ha inserito nelle mappe e nei bilanci, facendolo diventare inevitabile. Il paesaggio ferito dal petrolio sembra un destino. Il paesaggio modificato dal vento appare uno scandalo.
Qui si manifesta la vera frizione del caso Orvieto. Phobos può essere discusso, ridimensionato, corretto, spostato, valutato con maggiore rigore. Le comunità locali hanno il diritto di comprendere cosa si erge sopra le loro teste, sopra i campi, lungo le strade, accanto ai borghi. La partecipazione è fondamentale per questo: evitare che la transizione sembri una consegna a domicilio, con il pacco lasciato sul pianerottolo e il territorio chiamato solo a firmare. Il decreto sulle aree idonee, pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel 2024, è stato creato proprio per disciplinare l’individuazione delle superfici adatte agli impianti da fonti rinnovabili. Sulla carta dovrebbe ridurre il caos. Nella pratica, ogni caso dimostra quanto quel lavoro sia ancora delicato, tardivo e pieno di attriti.
Rinnovabili realizzate correttamente
L’Italia ha necessità di rinnovabili. Questo dato rimane, con pochissimo spazio per la posa teatrale. Il PNIEC, il Piano Nazionale Integrato energia e Clima, stabilisce gli obiettivi al 2030 riguardo rinnovabili, efficienza, emissioni e sicurezza energetica; il Ministero ha indicato per il 2030 una traiettoria da 131 GW di rinnovabili. Nel 2024, secondo il GSE, la quota dei consumi finali lordi coperta da fonti rinnovabili era al 19,4%, appena sopra il 19,2% del 2023. La distanza tra obiettivi e realtà si misura in impianti, autorizzazioni, reti, accumuli, comunità, tetti, aree industriali dismesse, agrivoltaico realizzato correttamente, eolico dove ha senso.
La discussione sulle turbine eoliche a Orvieto dovrebbe partire da qui, senza fazioni. Una collina umbra ha valore. Una costa sarda ha valore. Una rada siciliana ha valore. Il paesaggio agricolo ha valore. Il mare ha valore. Ha valore anche l’aria che respiriamo, e vale la possibilità di produrre energia senza continuare a bruciare combustibili fossili. Mettere tutte queste questioni nello stesso discorso è faticoso, poiché costringe a uscire dalla frase pronta. Da una parte, chi considera ogni opposizione locale una forma di egoismo territoriale. Dall’altra, chi utilizza il paesaggio come scudo selettivo, commuovendosi di fronte alle turbine e rimanendo muto di fronte a decenni di industria pesante.
Il caso Phobos racconta una transizione ancora troppo spesso gestita come somma di emergenze. Prima si accumulano ritardi, poi si corre. Prima mancano le aree idonee davvero condivise, poi arrivano progetti enormi in territori fragili. Prima si parla di decarbonizzazione, poi ci si sorprende quando la decarbonizzazione assume la forma concreta di turbine, tralicci, cavidotti, autorizzazioni. A quel punto, il dibattito diventa estetico, quasi epidermico: bello o brutto, intatto o devastato, progresso o aggressione. Nel frattempo, il vecchio mondo fossile rimane lì, molto meno poetico, molto più pesante, molto più normalizzato.
Le turbine eoliche modificano il paesaggio. Le raffinerie lo hanno già cambiato, spesso in modo più profondo e duraturo. Tenerle nella stessa frase è il minimo sindacale di una discussione matura sulla transizione ecologica. Orvieto merita valutazioni serie, trasparenti, pubbliche, con tutti i vincoli sul tavolo e senza scorciatoie. Lo stesso rigore, però, dovrebbe essere applicato anche alle ferite che abbiamo smesso di osservare. Il vento, almeno, lascia passare la luce tra una turbina e l’altra. Il petrolio, di solito, lascia il conto.