Sotto un giardino comune, tra radici, terreno umido e resti organici che si decompongono lentamente, avviene già qualcosa di elettrico. Questo fenomeno si verifica senza interruttori, senza pannelli solari, senza alcun rumore. Alcuni batteri presenti nel suolo, mentre si nutrono della materia organica nel terreno, rilasciano elettroni. Di solito, questa piccola attività rimane confinata nella vita invisibile del sottosuolo. Una startup britannica sta cercando di catturarla e trasformarla in una fonte di energia continua, per ora modesta, ma molto promettente per il futuro.
Si chiama Bactery, è un spin-out dell’Università di Bath, situata nel sud-ovest dell’Inghilterra, e si occupa di batterie alimentate dai batteri del suolo, denominate dalla società “Bacteries”. La tecnologia si basa sulle celle a combustibile microbiche del suolo: dispositivi che sfruttano l’attività metabolica di microrganismi naturalmente presenti nel terreno, capaci di generare elettroni mentre consumano composti organici. Questi elettroni vengono catturati e costretti a fluire in un circuito esterno, producendo corrente elettrica.
La corrente sotto i piedi
La promessa è facile da comprendere, anche se la tecnologia necessita ancora di sviluppo: una batteria a batteri interrata, in grado di ricaricarsi autonomamente grazie al suolo e di generare energia giorno e notte. Bactery presenta il sistema come una fonte pulita e continua, progettata principalmente per fornire energia dove cavi, batterie usa e getta e piccoli pannelli solari diventano scomodi o poco pratici. La prima applicazione indicata dalla società è l’agricoltura digitale: sensori nei campi, dispositivi IoT, strumenti che raccolgono dati su umidità, condizioni del terreno e coltivazioni.
Qui la questione diventa meno fantascientifica e più pratica, letteralmente. Nei campi sono necessari sensori distribuiti, spesso lontani dalla rete elettrica. Le batterie tradizionali devono essere sostituite, i cavi hanno un costo, il fotovoltaico dipende dalla luce e dall’esposizione. Una batteria microbica nel terreno, se davvero stabile e conveniente, potrebbe alimentare piccoli dispositivi per lunghi periodi, riducendo la necessità di manutenzione e i rifiuti.
Secondo l’Università di Bath, il dispositivo mira a una durata utile superiore ai 25 anni, con un costo previsto intorno alle 25 sterline per unità e senza spese di manutenzione. Bactery parla di una logica “install and forget”: si installa e poi si lascia funzionare. La società ha già un precedente progetto del 2019, quando un prototipo alimentato dal suolo è stato testato per un sistema di disinfezione dell’acqua in una comunità semi-arida del Nord-Est del Brasile.
Il limite dei watt
Il passaggio più delicato riguarda la potenza. Attualmente ci troviamo ancora di fronte a numeri contenuti. Jakub Dziegielowski, fondatore e amministratore delegato di Bactery, ha spiegato che la prima generazione del dispositivo produce, in un anno, energia sufficiente a sostituire circa dieci batterie AA. Nei laboratori, tuttavia, i sistemi risultano già sei volte più potenti. L’obiettivo dichiarato è raggiungere circa 4 watt per metro cubo, una densità che secondo la società consentirebbe di immaginare installazioni più ampie, completamente sotterranee.
Quattro watt per metro cubo, letti in questo modo, possono sembrare pochi. E infatti lo sono, se si considera un forno, una lavatrice o un condizionatore acceso in piena estate. La prospettiva cambia quando si ragiona in termini di accumulo, superficie disponibile e continuità. Il suolo è sempre attivo, anche di notte, anche quando il cielo è nuvoloso. Per questo Dziegielowski considera la batteria a batteri come una tecnologia da affiancare ad altre fonti rinnovabili, in particolare al solare: meno potente per metro quadrato, ma capace di fornire un contributo stabile nelle ore in cui i pannelli fotovoltaici producono poco o nulla.
La frase più suggestiva riguarda i giardini domestici. Secondo lo scenario delineato da Bactery, dispositivi più grandi e installati nel sottosuolo potrebbero, un giorno, trasformare un giardino medio in una piccola fonte di energia in grado di ridurre significativamente i consumi domestici durante tutto l’anno. È una promessa da considerare con cautela. Per ora la tecnologia si rivela più adatta ai sensori agricoli che alle abitazioni intere. Tuttavia, la direzione è chiara: sfruttare lo spazio sotto i piedi, senza occupare terreno in superficie e senza richiedere al paesaggio un’altra infrastruttura visibile.
Prima i campi, poi il giardino
La parte interessante, in questo caso, risiede nella scala. Una batteria a batteri singola produce poco. Una rete di moduli, invece, può generare un flusso più utile. La società sta lavorando proprio su questo: rendere i reattori affidabili in suoli diversi, con pioggia, siccità, variazioni stagionali, condizioni reali e poco controllabili. Il terreno di un laboratorio è una cosa. Un campo agricolo in pieno inverno, un orto argilloso, un giardino secco dopo settimane senza acqua sono un’altra questione.
Per questo il primo mercato appare molto concreto: alimentare sensori remoti, non sostituire una centrale elettrica domestica. In agricoltura di precisione, anche pochi milliwatt o piccole quantità di energia ben gestite possono fare la differenza se servono a mantenere attivo un sensore, inviare dati e limitare la sostituzione periodica delle batterie. La batteria a batteri si inserisce in quel segmento di transizione energetica meno spettacolare e più quotidiano, caratterizzato da dispositivi piccoli, manutenzione ridotta, energia raccolta dove è necessaria.
Bactery sta sviluppando un’idea che ha una sua eleganza pratica: non portare energia nel campo, ma estrarla dal campo stesso. Nessun miracolo già pronto per ridurre la bolletta domani mattina. Tuttavia, sotto la terra qualcosa si muove, da sempre. Ora qualcuno sta cercando di collegarlo a un filo.
Fonte: Bactery