Perché l’Unione Europea ha richiesto all’Italia di ridurre il consumo di petrolio e di prepararsi a un’interruzione prolungata?

L’ rimane invisibile finché tutto procede senza intoppi. Finché il sistema è stabile, essa si cela dietro le consuetudini: il rifornimento, i voli, i trasporti su gomma, le raffinerie, i costi che sembrano ancora rientrare in un limite accettabile. Poi, in uno dei punti cruciali della catena globale, scoppia un conflitto e quella sostanza invisibile riemerge. È da questo punto che ha inizio la comunicazione con cui la Commissione europea ha sollecitato gli Stati membri a prepararsi a una possibile interruzione prolungata del commercio energetico internazionale e a considerare misure volontarie per contenere la domanda di petrolio e gas, in particolare nel settore dei trasporti. La richiesta, firmata dal commissario all’Energia Dan Jørgensen e riportata da Reuters il 31 marzo 2026, si applica anche all’ poiché coinvolge l’intera Unione, non un singolo Stato.

La formulazione ufficiale rimane cauta. Il 19 marzo, la Commissione ha chiarito che la sicurezza dell’approvvigionamento petrolifero nell’UE è stabile al momento, grazie alla diversificazione delle fonti e a livelli di scorte ancora consistenti. Tuttavia, nello stesso aggiornamento, Bruxelles ha già segnalato dove il sistema potrebbe risentire prima: diesel e carburante per aerei. In caso di una crisi prolungata nei flussi energetici attraverso Hormuz, la valutazione della sicurezza dell’offerta dovrebbe essere riconsiderata.

La lettera ai governi si concentra sui trasporti

Quando Bruxelles menziona misure volontarie di risparmio della domanda, il tema è molto concreto. Reuters riporta che la Commissione si focalizza in particolare sui trasporti e invita i governi a limitare i consumi prima che la tensione sui mercati si trasformi in un problema più ampio di disponibilità e prezzi. Ciò implica preservare carburante per usi considerati essenziali e alleviare la pressione su un sistema che mostra la sua vulnerabilità ogni volta che una crisi colpisce un nodo energetico. Ed è proprio in questo contesto che il discorso si amplia: ridurre gli sprechi e diminuire la dipendenza dal petrolio è utile nelle emergenze, certo, ma è anche necessario quando i mercati sembrano stabili.

L’Agenzia internazionale dell’energia lo esprime in modo ancora più chiaro nel suo Oil Market Report di marzo 2026: in caso di una perdita prolungata delle esportazioni dal Medio Oriente, i mercati più vulnerabili sarebbero proprio quelli del diesel e del jet fuel, poiché altrove c’è poca flessibilità per aumentare rapidamente la produzione. Si tratta di una valutazione tecnica, ma è sufficiente a spiegare perché la Commissione si concentri su auto, voli, raffinerie e scorte. La pressione, in questi casi, non si distribuisce in modo astratto. Si concentra sui prodotti che permettono il movimento di persone, merci e filiere.

Reuters aggiunge un dato utile per misurare l’esposizione europea: circa il 15% del cherosene importato dall’UE proviene dal Medio Oriente. Tuttavia, la dipendenza reale è più ampia di questa cifra, poiché il blocco europeo importa anche da raffinerie indiane che trattano petrolio mediorientale. Una parte dell’esposizione avviene in modo diretto, mentre un’altra arriva attraverso canali secondari, meno visibili e per questo facili da sottovalutare.

Diesel, cherosene e raffinerie evidenziano la vulnerabilità del sistema

Per il momento non si prospetta uno scenario di scarsità immediata. Reuters cita l’analista Benedict George di Argus Media, il quale afferma che un esaurimento totale del carburante per aerei nel breve periodo non appare realistico, mentre sono più probabili scorte più basse, carenze localizzate e prezzi più instabili. È una distinzione significativa, poiché toglie drammaticità al quadro senza alleggerirlo. Le crisi energetiche spesso si manifestano in questo modo: non come un vuoto improvviso, ma come un restringimento progressivo del margine.

Anche la risposta tecnica di Bruxelles si muove in questa direzione. La Commissione ha esortato gli Stati membri a evitare misure che possano incrementare il consumo di carburante, ostacolare il libero flusso dei prodotti petroliferi o disincentivare la produzione delle raffinerie europee. Reuters riporta inoltre che Jørgensen ha invitato a posticipare la manutenzione non urgente delle raffinerie, al fine di preservare la capacità disponibile in una fase già sotto pressione.

Per quanto riguarda le riserve, il cuscinetto esiste. L’AIE ricorda che l’11 marzo i Paesi membri hanno concordato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve di emergenza. Lo stesso rapporto segnala circa 1,2 miliardi di barili di scorte pubbliche nei Paesi membri dell’Agenzia, a cui si aggiungono circa 600 milioni di barili di scorte industriali obbligatorie. Per l’area OECD , la copertura delle scorte governative corrispondeva a 34,2 giorni di domanda prospettica. È il margine necessario per mantenere aperto il sistema mentre il cerca di riassestarsi.

L’UE desidera contenere i consumi di fossili, ma a Roma si prolunga il carbone

Ed è qui che il discorso smette di essere europeo in astratto e torna a coinvolgere la politica italiana. Quasi contemporaneamente alla richiesta di Bruxelles ai governi di prepararsi a consumare meno petrolio, la Camera ha approvato il rinvio della chiusura definitiva delle centrali a carbone al 2038, tredici anni oltre il target del 2025. Il testo deve ancora passare al Senato, ma Reuters riporta che il via libera finale è considerato probabile per la stabilità della maggioranza. La scelta è giustificata dall’incertezza sulle forniture energetiche, ma la direzione è chiara: mentre l’UE discute su come ridurre la pressione del sistema, in Italia si prolunga ancora la disponibilità del carbone.

Pochi giorni prima, si trovava ad Algeri. Reuters ha scritto il 23 marzo che il governo italiano stava cercando forniture alternative dopo i problemi con il GNL dal Qatar e che l’Algeria era uno dei canali su cui stava lavorando insieme a Stati e Azerbaigian. Il 25 marzo la stessa agenzia ha riferito che Meloni, da Algeri, ha espresso la speranza di ricevere più gas dall’Algeria, già fornitore di circa il 30% del fabbisogno italiano. Anche in questo caso, la linea è chiara: più gas per coprire la fragilità del gas, all’interno di una crisi che nasce proprio da quella dipendenza dalle fonti fossili che ogni emergenza riporta al centro.

I dati, nel frattempo, indicano che un’altra strada esiste già sulla carta. In un policy briefing pubblicato il 19 marzo, il think tank ECCO sostiene che l’Italia potrebbe sostituire entro dodici mesi oltre l’85% della domanda di gas qatariota attraverso rinnovabili, efficienza energetica ed elettrificazione dei consumi. Nel dettaglio, 10 GW annui di rinnovabili corrisponderebbero a circa il 40% di quelle importazioni; l’efficienza energetica circa il 12,5%; l’elettrificazione contribuirebbe con ulteriori risparmi significativi, stimati in 0,65 miliardi di metri cubi. Il rapporto evidenzia un concetto semplice: il margine per ridurre dipendenza e vulnerabilità non è legato solo a nuovi contratti per altro gas.

In questo contesto si inserisce anche l’analisi politica di Luca Bergamaschi, cofondatore e direttore esecutivo di ECCO. Secondo quanto riportato da ANSA, la proroga del carbone al 2038 è una mossa “simbolicamente dannosa” e può essere interpretata come “una reazione o una provocazione politica nei confronti di Bruxelles”, nel tentativo italiano di sospendere il sistema europeo di scambio delle emissioni, l’ETS, che finora non ha trovato il sostegno della Commissione e della maggioranza degli Stati membri. Si tratta di un giudizio politico, certo. Tuttavia, si basa su un dato reale: la UE ha chiesto anche all’Italia, insieme agli altri Stati membri, di prepararsi a consumare meno petrolio se la crisi dovesse protrarsi.

Per ora ci sono scorte da tutelare, raffinerie da mantenere operative, margini da salvaguardare. Bruxelles esorta i governi a prepararsi a contenere i consumi. Nel frattempo, la politica energetica italiana continua a cercare margini all’interno della stessa dipendenza che ogni crisi riporta in primo piano. Sempre quella.