Legge sul nucleare, approvazione iniziale alla Camera: i Comuni (incluso il tuo) potranno proporsi per accogliere le centrali.

Il nucleare in , al momento, ha compiuto ciò che le grandi opere riescono a fare meglio nel nostro Paese prima ancora di prendere forma: è stato presentato in Commissione, ha ricevuto emendamenti, ha trovato una data per la discussione in Aula e ha aggiunto un ulteriore tassello alla sua promessa. Le centrali, invece, sono ancora lontane, molto lontane. Tuttavia, il ddl nucleare proposto dal Governo ha superato il primo ostacolo nelle Commissioni e Attività produttive della Camera, dove si è conclusa la votazione sugli emendamenti. Il mandato ai relatori è ora finalizzato a portare il testo in Aula martedì 26 maggio 2026. Sulla carta, quindi, il processo continua.

La novità più significativa, e quella che avrà maggior impatto nei territori, è la seguente: nel testo è stata introdotta la possibilità per i Comuni di autocandidarsi per ospitare le future centrali. Pertanto, un’amministrazione potrà farsi avanti, dichiararsi disponibile e partecipare al processo. Successivamente, si procederà con studi, valutazioni, sicurezza, compensazioni, opposizioni, promesse di sviluppo, timori, comitati, sopralluoghi, mappe, documenti e ulteriori pratiche. Infatti, una centrale nucleare, anche quando viene descritta con il linguaggio pulito dell’innovazione, deve necessariamente trovare un luogo dove essere collocata. E quel “luogo” ha sempre un , una comunità, un territorio, una storia, abitazioni, campi, strade, acqua e memoria.

I Comuni entrano in scena

Il passaggio riguardante le autocandidature modifica il tono della questione. Fino ad ora, il ritorno del nucleare è stato principalmente un argomento da conferenze, documenti, proiezioni al 2050, piccoli reattori modulari, neutralità tecnologica e indipendenza energetica. Tutte espressioni importanti, per carità. Alcune anche utili. Tuttavia, risultano molto comode finché rimangono sospese nell’aria. Con l’ingresso dei Comuni, invece, la discussione scende a livello pratico. Diventa una domanda concreta: chi desidera davvero avere un impianto vicino a casa? Chi è disposto a presentarsi di fronte ai cittadini e affermare che ospitare un impianto nucleare potrebbe essere una scelta vantaggiosa, sicura e strategica?

Nel testo di base, la delega al Governo riguarda la creazione di un quadro normativo per la produzione di energia da nucleare sostenibile, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, lo smantellamento degli impianti esistenti, la ricerca sulla fusione e la riorganizzazione delle competenze in materia. I decreti legislativi dovranno essere emanati entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, con passaggi in Conferenza unificata, Consiglio di Stato e Commissioni parlamentari. In sintesi: il primo via libera non apre alcun cantiere, ma crea un corridoio amministrativo. E nei corridoi amministrativi italiani, prima di trovare una porta aperta, di solito si impara a conoscere molto bene i muri.

Durante l’esame è stata inclusa anche la valorizzazione delle filiere nazionali ed europee del nucleare. Qui il ragionamento del Governo è piuttosto chiaro: se si riapre il dibattito sull’atomo, l’Italia desidera cercare di rimanere coinvolta con industria, ricerca, competenze, forniture, tecnici e imprese. Tuttavia, una filiera si misura attraverso contratti, fabbriche, autorizzazioni, finanziamenti, personale formato e tempi industriali. Includerla in un testo è il primo passo. Riuscire a mantenerla in equilibrio è un’altra questione.

La legge corre più dell’energia

Il disegno di legge nasce con un’ampia ambizione: integrare il nucleare nel mix energetico italiano in vista degli obiettivi di neutralità climatica al 2050, rafforzare la sicurezza e l’indipendenza energetica, contenere i costi per famiglie e imprese. Nel testo presentato alla Camera si fa riferimento a piccoli reattori modulari, reattori avanzati, microreattori, fusione, gestione dell’intero ciclo di vita, garanzie finanziarie, autorità di sicurezza e campagne informative. È presente praticamente tutto il lessico del nucleare contemporaneo. Manca, per ovvi motivi, la parte che interessa di più quando si riceve la bolletta: quando, quanto, dove e a che prezzo.

Il problema rimane invariato: una legge può essere approvata entro l’estate, l’energia no. Anche il testo menziona decreti attuativi da redigere, procedure da sviluppare, autorità da riorganizzare o istituire, criteri di localizzazione, consultazioni, sicurezza, gestione dei rifiuti e smantellamento. La stessa relazione al disegno di legge riconosce che per alcune tecnologie saranno necessari diversi anni prima di una produzione adeguata e della commercializzazione. Per altri progetti si parla di risultati possibili in 5-10 anni, una formula piuttosto flessibile che può contenere entusiasmi, ritardi e una considerevole quantità di comunicati stampa.

In questo contesto, il racconto politico deve prestare attenzione a non confondere una cornice normativa con un interruttore. Il ddl nucleare può reinserire l’atomo nel dibattito energetico italiano, può preparare procedure, può aprire alla ricerca e può creare le condizioni per eventuali investimenti futuri. Tuttavia, non produce elettricità domani mattina, non risolve le bollette del prossimo inverno, non sostituisce gli impianti rinnovabili che possono essere installati oggi e non elimina il tema dell’efficienza energetica, delle reti, degli accumuli e degli iter autorizzativi che ostacolano anche pale e pannelli. La differenza tra strategia e scorciatoia è tutta qui. E conviene mantenere viva questa differenza, prima che qualcuno decida di spegnerla per comodità.

La parola passa ai territori

Si presenta poi il capitolo più delicato: i rifiuti radioattivi. Nel disegno di legge, la gestione, lo stoccaggio temporaneo, lo smaltimento definitivo e le garanzie finanziarie sono inclusi nell’intero ciclo di vita degli impianti. È positivo che siano presenti, ovviamente. Tuttavia, resta il fatto che l’Italia non ha ancora concluso serenamente la questione del Deposito nazionale, e questo basterebbe a suggerire una certa cautela nei toni. Quando si discute di nucleare, la questione delle scorie non è un dettaglio da relegare in fondo, tra le note tecniche. È una delle prime domande che i territori pongono. E di solito la chiedono prima ancora di sapere se arriverà un reattore di nuova generazione, un microreattore o un modello dimostrativo con il taglio del nastro.

Nel testo si fa riferimento anche all’informazione ai cittadini e alle popolazioni interessate dalla localizzazione degli impianti. Sono previste campagne informative, con fondi dedicati: 1,5 milioni di euro per il 2025 e 6 milioni per il 2026. Per gli investimenti legati alla delega, invece, il testo prevede 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027, 2028 e 2029. Queste somme sono utili per costruire l’apparato iniziale, ma non sono sufficienti per realizzare una nuova era nucleare. Per quella saranno necessari capitali, scelte industriali, procedure solide e una stabilità politica che in Italia, riguardo alle grandi infrastrutture, andrebbe gestita con estrema attenzione.

Attualmente, il nucleare italiano ha un testo che avanza, qualche emendamento in più e una promessa che si estende verso il 2050. Nel frattempo, l’Italia continua a procedere lentamente sulle rinnovabili che potrebbero essere installate immediatamente. Eolico e fotovoltaico non risolvono tutto da soli, certo. Ma non possono nemmeno rimanere bloccati tra autorizzazioni, veti locali, reti insufficienti e aste che vengono rinviate, mentre si presenta l’atomo come se fosse a portata di mano. Secondo Reuters, tra il 2020 e il 2024, la quota delle rinnovabili nella produzione elettrica italiana è aumentata di poco più di due punti; nello stesso periodo, la ha registrato un incremento di 17 punti, la di 10 e la di 6,5. La corrente più rapida, oggi, passa ancora da lì. Da una Commissione può uscire una legge. La corrente, ancora no.