Il costo del petrolio supera i 100 dollari al barile, raggiungendo un massimo dal 2022 a causa del conflitto.

Il Brent ha iniziato lunedì 9 marzo a 108.5 dollari al barile, (al momento della pubblicazione dell’articolo, il prezzo è di 105.17 dollari al barile, in costante aggiornamento) registrando un incremento del 17% rispetto alla settimana precedente. Il West Texas Intermediate si attesta a 104,9 dollari, con un aumento del 15%. Si tratta dei valori più elevati dal 2022, anno in cui l’invasione russa dell’ aveva destabilizzato i mercati energetici globali. Questa volta, il fattore scatenante è il conflitto in Iran.

Cosa ha causato l’impennata dei prezzi

Durante il fine settimana, le Forze di Difesa israeliane hanno attaccato circa una trentina di depositi e impianti petroliferi a Teheran, con un’operazione che, secondo Axios, avrebbe superato le aspettative di Washington.

Questi attacchi hanno ulteriormente complicato il blocco già esistente nello Stretto di Hormuz, il corridoio attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio a livello globale. Il traffico è fermo da una settimana: alcuni carichi diretti verso l’ hanno cambiato rotta, mentre i premi assicurativi per il “rischio ” sulle petroliere hanno raggiunto livelli record.

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La reazione del G7

Nella notte, il prezzo del greggio aveva raggiunto i 137 dollari, per poi ritirarsi dopo l’annuncio di una riunione d’emergenza del G7, convocata per le 14.30 ora italiana. Secondo il Financial Times, i paesi più sviluppati starebbero considerando il rilascio coordinato di 300-400 milioni di barili dalle riserve strategiche, sotto l’egida dell’Agenzia Internazionale per l’. Si tratterebbe solo della sesta volta nella dell’AIE.