Oggi si avvia nell’Aula della Camera dei Deputati la discussione generale sul Decreto bollette (DL n. 21/2026), dopo la conclusione dell’analisi in commissione Attività produttive avvenuta il 27 marzo scorso. Il Governo ha già annunciato l’intenzione di porre la questione di fiducia sul provvedimento, con le dichiarazioni di voto programmate per il 31 marzo.
Al centro del confronto, oltre a nuove misure contro il telemarketing e modifiche riguardanti la comunicazione dei margini di profitto e dei PPA all’Arera (ossia contratti di lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile, stipulati direttamente tra un produttore e un consumatore a prezzo fisso), emerge una decisione che sta generando forti controversie: il drastico rinvio del phase-out dal carbone.
Il carbone come “riserva strategica”: lo slittamento del phase-out al 2038
La novità più significativa è il rinvio dell’uscita dell’italia dal carbone, che passa dalla scadenza del 2025 al 2038. L’emendamento, proposto dalla Lega e firmato dal capogruppo Riccardo Molinari, mira a mantenere operative le centrali come “riserva strategica”.
Secondo la Lega, questa è una decisione necessaria per garantire la sicurezza energetica del Paese e proteggere la competitività delle aziende in un contesto di crisi internazionale e tensioni geopolitiche in ucraina e medio oriente.
A sostegno di questa posizione, il ministro dell’ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha recentemente suggerito la riattivazione delle centrali di Civitavecchia e brindisi nel caso in cui il prezzo del gas dovesse stabilmente superare la soglia di 70 €/MWh.
Le reazioni “Un atto irresponsabile”
La decisione di estendere la vita delle centrali a carbone ha suscitato una netta opposizione da parte del PD e del Movimento 5 Stelle, che hanno definito l’emendamento un “atto irresponsabile e miope” capace di riportare il Paese indietro di decenni.
Anche dal settore tecnico-ambientale giungono avvertimenti severi. Il Coordinamento FREE (Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica) ha manifestato forte preoccupazione, esortando il Governo a riconsiderare misure che sembrano incoerenti con gli obiettivi di decarbonizzazione. Secondo gli esperti, incentivare la generazione fossile, anche attraverso l’indebolimento del sistema ETS (il mercato delle quote di emissione di CO2), rischia di generare effetti distorsivi sul mercato elettrico.
Il rinvio del phase-out al 2038 rappresenta un punto di rottura significativo nel percorso climatico italiano, posticipando di ben 13 anni l’impegno precedentemente assunto per l’abbandono del combustibile più inquinante.