Il termine utilizzato è “stazionario”. Appare innocuo, quasi confortante. Tuttavia, sulle bollette italiane ha un peso simile a quello di una stanza che ha smesso di tremare senza essere ancora sistemata. Nel 2025, i consumi e le emissioni hanno mostrato una variazione minima, mentre i prezzi dell’energia sono rimasti significativamente superiori ai livelli pre-crisi energetica del 2022: gas +70% ed elettricità +100%. Nei primi tre mesi del 2026 si osserva un lieve raffreddamento, con una diminuzione dell’1% sia nei consumi di energia che nelle emissioni di CO2, ma la situazione rimane delicata.
All’interno di quel termine così neutro, “stazionario”, si cela un dato molto tangibile: l’italia continua a utilizzare energia senza modificare in modo sufficientemente rapido il metodo di produzione e utilizzo. ENEA riporta che nel 2025 il gas ha registrato un incremento del 2%, influenzato da temperature più basse e da una domanda crescente delle centrali elettriche. La richiesta di elettricità, al contrario, è rimasta sui livelli del 2024, indicando che il grado di elettrificazione dei consumi avanza lentamente. Il carbone ha subito un calo del 16%, il petrolio nel settore dei trasporti è rimasto invariato, mentre nella petrolchimica ha registrato una diminuzione. In sintesi: alcune fonti tradizionali stanno diminuendo, ma il cambiamento strutturale non è ancora visibile.
Questa lentezza appare ancora più significativa se confrontata con gli obiettivi europei. La direttiva europea sull’efficienza energetica, aggiornata nel 2023, richiede all’Unione un abbattimento complessivo dell’11,7% dei consumi energetici entro il 2030 rispetto allo scenario di riferimento del 2020, con obblighi annuali di risparmio che aumentano dall’1,3% nel biennio 2024-2025 fino all’1,9% nel 2028-2030. ENEA sottolinea che, per mantenere la rotta, nell’europa a 27 sarebbe necessario un calo medio dei consumi del 3% all’anno, mentre l’Italia, pur avendo un obiettivo meno rigoroso rispetto al quadro Ue, avrebbe comunque bisogno di una riduzione inferiore al 2% annuo. Sembra poco solo a leggerlo. Nella realtà, significa dover cambiare ritmo ogni anno, senza interruzioni.
La distanza dagli obiettivi rimane ampia e nei trasporti è ancora più evidente
Il settore che mostra maggior dinamismo è quello del solare. Nel 2025, la quota di rinnovabili sui consumi finali è aumentata di un punto percentuale, attestandosi comunque poco sopra il 20%, mentre il livello previsto dal PNIEC per questa fase era del 25%. Il fotovoltaico ha registrato una crescita molto più marcata rispetto agli altri, con un incremento del 25%, arrivando a generare oltre un sesto della produzione elettrica totale. È un segnale utile, concreto e significativo. Tuttavia, il problema risiede nella scala: quando il sistema avanza lentamente e il traguardo è molto più lontano, la distanza si percepisce chiaramente.
Basta osservare la traiettoria di medio termine per comprendere quanto lavoro ci sia ancora da fare. Il GSE certifica che nel 2024 l’Italia aveva coperto con fonti rinnovabili il 19,4% dei consumi finali lordi di energia. L’obiettivo nazionale per il 2030, aggiornato con il PNIEC inviato alla Commissione europea nel luglio 2024, è fissato al 39,4%. Ci sono sei anni scarsi e un salto enorme da compiere. ENEA aggiunge che proprio nel settore dei trasporti, il quale ha un impatto significativo sulla vita quotidiana e sui costi generali, le rinnovabili coprono solo il 10% dei consumi contro il 15% previsto, mentre il petrolio è fuori traiettoria, con un +2% dove il piano prevedeva un -5%. Per rimanere in linea con gli obiettivi del 2030, le emissioni italiane dovrebbero diminuire del 6% ogni anno per i prossimi cinque anni.
Qui si comprende meglio perché ENEA parli di un nuovo minimo storico dell’indice ISPRED, che combina sicurezza energetica, prezzi e decarbonizzazione. Nel 2025 è sceso del 30% rispetto al 2024. Questo dato esprime una verità semplice: il sistema è in piedi, ma in condizioni peggiori. E quando un sistema energetico è in difficoltà, famiglie e imprese si trovano sempre a dover affrontare costi maggiori.
Il problema delle bollette è anche italiano
La situazione dei prezzi parla da sola. ENEA segnala che sulla borsa elettrica italiana il prezzo medio annuo ha raggiunto i 116 euro per MWh, rispetto ai 90 euro in germania, 65 euro in spagna e 61 euro in francia. Nel frattempo, si è ampliato anche il divario tra il prezzo del gas sul mercato italiano e il TTF, il principale hub europeo. Qui la questione smette di essere solo tecnica. Diventa industriale, sociale e quotidiana. Un Paese che paga costantemente più dei suoi vicini si trova con un peso aggiuntivo ogni mese, su ogni attività.
Inoltre, c’è un aspetto che rende tutto più instabile proprio in questo momento. ENEA collega il nuovo peggioramento alla crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz. Da lì transita oltre un quinto del petrolio mondiale, insieme a quote significative di greggio e GNL diretti verso l’Europa. Anche per questo ogni tensione internazionale si riflette quasi immediatamente sui costi dell’energia.
Le conseguenze sulle importazioni sono già visibili. ENEA stima che, solo per marzo, il costo del gas importato potrebbe superare ampiamente i 2 miliardi di euro, con almeno mezzo miliardo in più rispetto al prezzo medio dei dodici mesi precedenti. Anche per il petrolio, la stima conservativa parla di oltre mezzo miliardo di extracosto. È qui che il termine “stazionario” perde ogni apparente tranquillità: i prezzi possono anche smettere di aumentare per qualche mese, ma rimangono legati a una struttura che continua a far pesare in bolletta la dipendenza dal gas e ogni nuova crisi internazionale.
In conclusione, rimane un dato che descrive bene il momento attuale. L’Italia presenta alcuni segnali positivi, soprattutto nel fotovoltaico. Ha meno carbone, ha un settore a basse emissioni che in alcuni segmenti esporta meglio di prima, ma mantiene un deficit commerciale fragile sulle tecnologie pulite e continua a muoversi all’interno di una transizione caratterizzata da ritardi. Il 2025 non è stato l’anno dell’emergenza aperta. È stato l’anno più insidioso: quello in cui tutto sembra fermo e intanto i costi continuano a essere elevati.
Fonte: ENEA