Agrivoltaico contro la siccità: in Spagna uva e olive sopravvivono alle alte temperature grazie ai pannelli fotovoltaici.

La possiede un abbondante irraggiamento solare e terreni agricoli che iniziano a risentire sempre di più della pressione. Espressa in questo modo, sembra l’avvio di un dibattito da bar tra chi desidera installare pannelli ovunque e chi considera ogni ettaro agricolo come un bene da proteggere con determinazione. Tuttavia, in questo contesto di tensione, sta emergendo una terza opzione molto concreta: l’agrivoltaico, ovvero la possibilità di generare solare continuando a coltivare sullo stesso terreno.

Il contesto aiuta a comprendere perché questo argomento sia diventato così rilevante. Nel 2025, la Spagna ha aggiunto quasi 10 GW di nuova capacità tra fotovoltaico ed eolico, che diventano 11,6 GW se si considera anche l’autoconsumo. Il fotovoltaico, includendo gli impianti residenziali e aziendali, ha superato i 49,5 GW installati, rappresentando oltre un terzo della capacità elettrica nazionale. Inoltre, il piano energia e spagnolo mira a raggiungere nel 2030 l’81% dell’elettricità proveniente da fonti rinnovabili: i pannelli continueranno a espandersi, e il modo in cui occuperanno lo spazio diventa una questione agricola, paesaggistica ed economica.

Nei campi spagnoli la sfida è integrare pannelli e coltivazioni

Agrivoltaico contro la siccità: in Spagna uva e olive sopravvivono alle alte temperature grazie ai pannelli fotovoltaici. 3

BlurryBay

Il problema, per gli agricoltori, è piuttosto semplice da comprendere. I terreni agricoli sono spesso pianeggianti, facilmente accessibili e vicini alle reti elettriche: tutte caratteristiche che attraggono anche gli sviluppatori di impianti solari. In Spagna, questo ha già generato un conflitto tra produzione alimentare e produzione energetica, con offerte di affitto per i terreni che superano di gran lunga i redditi agricoli tradizionali, specialmente nelle aree cerealicole aride. Un dossier sull’agricoltura spagnola illustra bene questa pressione sui suoli produttivi.

L’agrivoltaico cerca di evitare di ridurre il terreno a una scelta drastica. I pannelli vengono sollevati o posizionati in modo da lasciare spazio per la coltivazione, il passaggio delle macchine agricole e la gestione del suolo. In alcune configurazioni, le strutture possono trovarsi a diversi metri sopra le colture; in altre si utilizzano pannelli orientabili, capaci di modulare ombra e luce in base alla stagione, all’ora del giorno e alle esigenze della pianta. La logica è quasi domestica: una tenda tirata al momento giusto può proteggere una stanza dal caldo. In un campo, quell’ombra deve essere calibrata al centimetro.

Qui entrano in gioco coltivazioni molto familiari al paesaggio spagnolo: viti, olivi, cereali, ma anche ortaggi. Nei vigneti di Toledo, il progetto Winesolar ha installato pannelli mobili tra i filari per alimentare le cantine in autoconsumo e regolare l’incidenza del sole sulle piante. La potenza è modesta, 40 kW, ma il valore del progetto risiede nel metodo: osservare come reagisce una coltura tradizionale quando sopra le foglie arriva una luce diversa, filtrata, meno intensa. Il progetto è descritto da Iberdrola España, tra i casi più citati di sperimentazione agrivoltaica nel Paese.

L’ombra adeguata può diventare una risorsa contro il caldo e la siccità

Nel clima mediterraneo, l’ombra può rivelarsi una risorsa preziosa. Durante le ondate di calore, può ridurre lo stress termico delle piante, abbassare la temperatura del suolo e limitare l’evaporazione dell’acqua. Le ricerche più recenti sull’area iberica indicano che l’agrivoltaico può incrementare la produttività agricola e ridurre alcuni costi ambientali, soprattutto nelle zone con scarsità idrica, dove ogni litro risparmiato ha un valore maggiore di una semplice promessa in conferenza stampa. Uno studio pubblicato su Nature ha esaminato proprio il potenziale dei sistemi agrivoltaici in contesti mediterranei e semi-aridi.

Una ricerca condotta tra Madrid e Siviglia sulla coltivazione del pomodoro ha evidenziato bene la delicatezza dell’equilibrio: con l’irrigazione ridotta si può arrivare a consumare circa il 50% di acqua in meno, con una perdita di resa quando lo stress idrico diventa eccessivo nella fase di maturazione. Allo stesso tempo, la produttività dell’acqua aumenta e l’uso combinato del terreno per frutti ed elettricità risulta più efficiente rispetto a due usi separati dello spazio.

Questo implica che l’agrivoltaico deve essere progettato coltura per coltura. Ogni pianta ha le proprie esigenze. Alcune tollerano bene la luce filtrata, altre richiedono pieno sole, altre ancora possono trarre vantaggio da un’ombra parziale solo nelle settimane più calde. Anche il design dell’impianto è fondamentale: altezza dei pannelli, distanza tra le file, orientamento, porzione di terreno coperta, gestione dell’irrigazione. La tecnologia, da sola, può sembrare affascinante. La progettazione agronomica determina se quella scena è sostenibile.

Il vantaggio potenziale risiede proprio nella doppia funzione. Il campo continua a produrre cibo, mentre genera elettricità rinnovabile. L’azienda agricola può utilizzare parte dell’energia per autoconsumo, ridurre i costi, affittare porzioni di terreno, entrare in partnership energetiche e diversificare le entrate, che negli ultimi anni sono diventate sempre più instabili a causa di siccità, prezzi bassi e raccolti difficili. Per molte aree rurali, una seconda di reddito può rappresentare la differenza tra rimanere o abbandonare tutto.

Esiste poi un aspetto meno visibile, ma molto politico: evitare che la transizione energetica venga percepita come l’ennesima imposizione dall’alto sui territori agricoli. Se un impianto fotovoltaico distrugge un campo, lascia dietro di sé una ferita facile da raccontare. Se invece viene progettato in collaborazione con chi lavora quel campo, mantenendo la produzione agricola, la biodiversità, l’accessibilità e il reddito locale, cambia la narrazione. La Spagna si sta muovendo all’interno di questa frizione: aumentare le rinnovabili senza trasformare ogni pianura fertile in un deposito di silicio.

L’ osserva con interesse questi esperimenti poiché il problema riguarda tutti i Paesi che devono accelerare sulle rinnovabili e, al contempo, proteggere il suolo agricolo e la sicurezza alimentare. La Commissione europea sottolinea che i sistemi agrivoltaici ben progettati possono ridurre l’evaporazione, proteggere le colture da eventi estremi, migliorare la resilienza dei terreni e sostenere il reddito degli agricoltori. In si stanno testando soluzioni nei vigneti, in nelle aree colpite da temperature estreme e scarsità d’acqua, mentre in Spagna il terreno è quasi un laboratorio naturale.

La parola chiave rimane ben progettati. Un agrivoltaico mal realizzato può portare ombra nel momento inopportuno, ostacolare il lavoro nei campi, complicare la manutenzione, ridurre le rese e relegare gli agricoltori a un ruolo marginale. Un agrivoltaico serio, invece, parte dalle colture, dall’acqua, dalla meccanizzazione, dal suolo e dai tempi agricoli. I pannelli arrivano dopo, sopra, accanto, mai come dominatori assoluti della scena.

Per questo motivo, l’esperienza spagnola suscita interesse anche in Italia. Abbiamo vigneti, oliveti, cereali, aree interne che cercano reddito, campagne esposte a estati sempre più severe e una transizione energetica che necessita di spazio. L’agrivoltaico in Spagna non risolve da solo il complesso rapporto tra energia e agricoltura, ma può contribuire a farle coesistere senza conflitti sullo stesso ettaro.